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	<title>Archivio Tossicodipendenza Archivi - Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</title>
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	<description>L’attività della nostra Associazione di volontariato verso le persone in difficoltà e le più fragili ha alle spalle una storia lunga 30 anni. Alla prevenzione, all’aiuto dei ragazzi tossicodipendenti e degli alcolisti, al sostegno dei familiari vittime di questa triste realtà, oggi si aggiunge l’aiuto ad altre famiglie in difficoltà attraverso uno specifico Centro di ascolto e una Comunità di Accoglienza per gestanti, mamme e bambini.</description>
	<lastBuildDate>Sat, 16 Mar 2019 11:28:49 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Archivio Tossicodipendenza Archivi - Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</title>
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		<title>Gruppo solidarietà: Giovani ed alcool (Benevento)</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/gruppo-solidarieta-giovani-ed-alcool-benevento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 16:13:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie Varie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consumo di alcool tra i giovani è un fenomeno preoccupante ed in forte incremento a livello internazionale e nazionale. La cultura del bere attualmente diffusa tra i giovani segue modelli di uso ed abuso concentrato in singole occasioni, che si discostano dalle modalità usate dalle generazioni precedenti che privilegiavano il consumo del vino come parte integrante dei pasti. Le evidenze dimostrano che bere alcolici (birra e superalcolici) fuori dai pasti è la modalità caratterizzante per le giovani generazioni e si è abbassata l&#8217;età di iniziazione infatti è considerevolmente aumentato il numero dei giovani dagli 11 ai 14 anni che</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<hr>
<h4>Il consumo di alcool tra i giovani è un fenomeno preoccupante ed in forte incremento a livello internazionale e nazionale. La cultura del bere attualmente diffusa tra i giovani segue modelli di uso ed abuso concentrato in singole occasioni, che si discostano dalle modalità usate dalle generazioni precedenti che privilegiavano il consumo del vino come parte integrante dei pasti. Le evidenze dimostrano che bere alcolici (birra e superalcolici) fuori dai pasti è la modalità caratterizzante per le giovani generazioni e si è abbassata l&#8217;età di iniziazione infatti è considerevolmente aumentato il numero dei giovani dagli 11 ai 14 anni che consumano alcool.</h4>
<h4>La &#8220;Casa nel Sole&#8221; si è attivata nel corso degli anni nel contrastare questo fenomeno attraverso svariate pratiche tra le quali l&#8217;attivazione di un gruppo di auto aiuto &#8220;La Solidarietà&#8221;, che opera da circa venti anni. Questo gruppo è formato da persone che hanno problematiche alcool correlate e le loro famiglie, si incontra con regolarità per produrre un cambiamento di stile di vita positivo che abbia tra le altre cose l&#8217;obiettivo di allontanare l&#8217;alcool dalla persona e dalla famiglia.</h4>
<h4>Negli ultimi anni il gruppo non è rimasto indifferente al problema alcool e giovani ed ha cercato di attivarsi per contrastare il fenomeno su tre livelli:</h4>
<ol>
<li>
<h4>Partecipando ad incontri e dibattiti sull&#8217;uso dell&#8217;alcool, organizzati sul territorio (scuole, associazioni di volontariato, luoghi di aggregazione sociale, luoghi di lavoro ecc&#8230;ecc&#8230;),con testimonianze sulle problematiche fisiche, psichiche, economiche&#8230;&#8230;&#8230;vissute e sul cambiamento del loro stile di vita;</h4>
</li>
<li>
<h4>Stimolando i giovani , consapevoli di avere un comportamento a rischio di dipendenza, a frequentare le riunioni settimanali del gruppo;</h4>
</li>
<li>
<h4>Organizzando incontri informativi rivolti ai giovani con l&#8217;obiettivo di riflettere sulle problematiche esistenziali, relazionali, sociali ed economiche derivanti dall&#8217;uso ed abuso di alcolici.</h4>
<h4 style="text-align: right;"><em>Lucia Solla</em></h4>
</li>
</ol>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>La tossicodipendenza è una malattia?</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/la-tossicodipendenza-e-una-malattia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2015 17:20:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un articolo apparso sul sito www.droga.net Riccardo Gatti riflette sul concetto di tossicodipendenza come malattia. Per molti terapeuti che lavorano nel settore del trattamento delle dipendenze, oggi non ci sono dubbi: la tossicodipendenza è una malattia.  I motivi sono vari ma li possiamo trovare ben riassunti, in forma divulgativa, anche in Rete: “L’idea della tossicodipendenza come malattia è oggi sostenibile perché abbiamo la possibilità di definire in maniera adeguata un quadro clinico e un quadro patogenetico. Abbiamo ad esempio della documentazione scientifica abbastanza ampia sul fatto che esistono dei correlati neurofisiopatologici di alterazioni in particolari aree celebrali, tipiche delle</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/la-tossicodipendenza-e-una-malattia/">La tossicodipendenza è una malattia?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In un articolo apparso sul sito www.droga.net Riccardo Gatti riflette sul concetto di tossicodipendenza come malattia. Per molti terapeuti che lavorano nel settore del trattamento delle dipendenze, oggi non ci sono dubbi: la tossicodipendenza è una malattia.  I motivi sono vari ma li possiamo trovare ben riassunti, in forma divulgativa, anche in Rete: “L’idea della tossicodipendenza come malattia è oggi sostenibile perché abbiamo la possibilità di definire in maniera adeguata un quadro clinico e un quadro patogenetico. Abbiamo ad esempio della documentazione scientifica abbastanza ampia sul fatto che esistono dei correlati neurofisiopatologici di alterazioni in particolari aree celebrali, tipiche delle dipendenze, non solo da oppiacei e coca, ma anche di alcool, nicotina, gioco d’azzardo, ecc.” (Dott. Dottor Emanuele Bignamini intervista su http://www.cidimu.it).<br />
Quanto sopra affermato porterebbe rapidamente a considerare che la tossicodipendenza sia una malattia del cervello e di competenza, quindi, delle neuroscienze … ma non tutti sono d’accordo.<br />
Il Prof. Gene Heyman (http://www.geneheyman.com/), ad esempio, basando le sue considerazioni su un’ampia varietà di fonti ha cambiato idea circa la natura della dipendenza. La sua posizione ha destato un grande interesse a livello internazionale, sia perché proviene da persona autorevole, sia perché, probabilmente, dà voce e struttura ad una percezione del fenomeno molto diffusa, anche se poco esplicitata a livello di teorizzazione.<br />
Heyman considera la tossicodipendenza come un qualcosa che fa parte di scelte individuali influenzabili da condizioni quali nuove informazioni, valori culturali e valutazioni del costo/beneficio rispetto al continuare l’uso di droghe. La sua posizione, apparentemente “fuori dal coro”, ha suscitato dibattito e reazioni. C’è chi, come il Scientific Advisory Committee del Canadian Centre on Substance Abuse (CCSA) accusa Heyman di aver semplicemente ignorato l’evidenza proposta dalle ricerche in ambito epidemiologico, genetico, di neuroimaging e riguardanti il trattamento che dimostrerebbero come la dipendenza sia una malattia del cervello (a brain-based medical illness) spesso caratterizzata da una rapida progressione da un uso volontario di droga ad un uso compulsivo. Quanto sostiene Heyman mette in discussione “certezze” su cui si basano ormai solidi impianti di intervento. <strong>Ma esistono anche altri solidi impianti di intervento che, pur non negando in termini assoluti la condizione patologica sottointesa dalla tossicodipendenza, si muovono secondo modelli che hanno più a che fare con i processi educativi che con i trattamenti clinici.</strong><br />
In questi anni, il concetto di tossicodipendenza = malattia è stato ampiamente usato anche a livello di scelte politiche e legislative. Nel sistema penale, chi ha commesso un crimine ma è riconosciuto tossicodipendente gode, ad esempio, di un trattamento diverso rispetto ad altri criminali. A conferma di ciò riporto un brano di una presa di posizione del Capo Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio (Serpelloni) che sottolinea come proprio grazie alla normativa vigente “si è assistito a un aumento dell’uscita dal carcere di persone che avevano commesso reati, ma che erano tossicodipendenti, del 24,9%”. Afferma, inoltre, come sia proprio le legge Fini Giovanardi a permettere a “queste persone di fruire di un’alternativa alla pena per curare il proprio stato di malattia” (Nessuno è mai stato arrestato perchè si droga, l’Opinione delle Libertà, 10.9.2011).<br />
Purtroppo, in campo legislativo (e non solo) non mancano ambiguità di fondo. Si sostiene, che il tossicomane, anche se criminale, è prima di tutto un malato da curare ma, poi, il che cosa bisognerebbe curare perché e come, assume caratteri di indefinitezza quasi come se non si avesse a che fare con una malattia specifica. Il programma terapeutico, così, pur partendo da una diagnosi abbastanza univoca e classificata secondo criteri scientifici, finisce per dare spazio ad una pletora di interventi che non di rado hanno poco a che fare con la cura di una malattia del cervello (brain-based medical illness).<br />
Nasce così un dubbio che, evidentemente, non si applica solo alle condizioni carcerarie ma a tutta la questione del trattamento delle tossicodipendenze. Esiste una cura risolutiva per la malattia tossicodipendenza?Ad una prima osservazione la risposta sembrerebbe negativa. Non per nulla alla diagnosi tossicodipendenza si associano spesso i concetti di cronicità e recidività che, credo, la maggior parte dei professionisti di settore sottendono compresi in questo tipo di diagnosi. In realtà, anche in questo caso, la situazione non è così definita se si tengono conto di alcune osservazioni.<br />
Mi sembra interessante riportare, ad esempio, l’opinione espressa su Fuoriluogo nel 2002 da Freek Polak, noto psichiatra olandese, esperto nel trattamento delle tossicodipendenze. Dice Polak “Cominciamo per prima cosa ad esaminare brevemente alcuni inconvenienti che derivano dalla posizione di esperti e di opinion leader che i medici detengono: essi infatti hanno un ruolo di rilievo nel dibattito pubblico sui problemi sanitari. Ma, per ciò che riguarda il problema delle droghe illegali, le informazioni e le conoscenze mediche sono molto ristrette: molti di loro sanno poco del consumo non problematico, poiché si formano un’opinione dalla loro pratica quotidiana. Spesso non sono a conoscenza del fenomeno epidemiologico denominato “illusione clinica” (descritto da Patricia e Jacob Cohen): nel caso del consumo di droghe, la “illusione clinica” è la credenza erronea, fondata su impressioni cliniche, che la dipendenza sia una malattia prevalentemente cronica e a rischio mortale” (Freek Polak, Fuoriluogo.it, Maggio 2002).<br />
Il formarsi una opinione “scientifica” nella pratica quotidiana, dunque, presenta dei rischi legati al fatto di osservare una campo ristretto. Più in generale ci sarebbe da chiedersi quale parte della domanda di cura fatta ai servizi per le tossicodipendenze non sia in realtà una domanda mascherata di “benefici di legge” fatta da persone che, in molti casi, non hanno bisogno di terapie perché non sono malate anche se usano droghe ma “devono” dichiararsi malate e comportarsi di conseguenza, proprio per ottenere quei benefici.<br />
E’ sempre Polak a sostenere che “I dati statistici sull’efficacia dei trattamenti per le dipendenze dipendono dai criteri di selezione per l’accesso. Se i criteri di selezione sono alti, entrano in trattamento più persone ben motivate, dunque i risultati saranno “migliori”. Se si applicano criteri meno rigidi, i risultati statistici saranno inferiori: questo è il problema della statistica per la cura della tossicodipendenza”. Probabilmente l’osservazione è giusta ma c’è da chiedersi se, oggi, le persone veramente motivate al trattamento (ed anche quelle che ne hanno bisogno, pur avendo un livello di motivazione più basso) hanno almeno la possibilità teorica di avere una risposta coerente dal sistema di cura oppure se il sistema non sia, invece, saturato da una domanda diversa che ben poco ha a che fare con la clinica.<br />
FederSerD una delle più importanti Associazioni rappresentative di settore dice, infatti, in un documento del giugno 2011: “In Italia abbiamo bisogno di più Ser.T. e di più operatori per soddisfare i bisogni dei territori”. Ne deriva che, quindi, al momento, i bisogni non sono soddisfatti e, poiché stiamo parlando di una malattia, non soddisfare i bisogni potrebbe pericolosamente significare non fornire cure adeguate e, in un circolo vizioso, aumentare la consapevolezza tecnica di cronicità rispetto a una malattia del cervello forse curabile ma non guaribile. A questo proposito, ad esempio, è noto il paragone della tossicodipendenza da eroina con il diabete, malattia curabile ma non guaribile, per giustificare il trattamento cronico con oppiacei sostitutivi.<br />
Allo stato dell’arte, comunque, il mondo tecnico – scientifico, mentre non sembra avere dubbi sulla esistenza di una malattia chiamata tossicodipendenza, pare molto più incerto sulla cura della stessa. La stessa Cochrane Collaboration, con le sue analisi, fornisce indicazioni utili sull’efficacia dei trattamenti ma, mentre esistono dati scientifici sui risultati di terapie in corso (o appena ultimate) per forme di dipendenza specifica (es. da tabacco, piuttosto che da eroina o cocaina) diventa quasi impossibile, in base alla letteratura esistente, capire se esista una qualche efficacia trattamentale anche solo a sei mesi dalla fine del trattamento.<br />
Come se non bastasse una vorace industria della patologia scopre, ogni giorno, nuove situazioni che vengono associate alla malattia dipendenza, eliminando la parte “tossico” della parola non essendo collegate all’uso di sostanze. Le nuove tecnologie sembrano, oggi, le prime imputate nella generazione di dipendenza (da internet, da telefonino, da videogiochi, da chat, da social network, da giochi di ruolo) mentre, stranamente, le “vecchie” dipendenze tecnologiche (da televisione, per esempio) non godono di particolare attenzione. Sono forse, stranamente, scomparse? Intanto, assieme alla dipendenza da sesso, da cibo e da gioco d’azzardo, le possibili dipendenze “non da sostanze” sembrano espandersi, almeno a livello classificatorio, e godono quasi maggior attenzione di altre dipendenze da sostanze, questa volta legali, come alcool e tabacco che storicamente, sono quelle che hanno creato e continuano a creare i danni maggiori e più diffusi nella popolazione generale.<br />
Pur tenendo presente che ciò che è patologico crea una discontinuità nei rapporti con sé e con gli altri e nei progetti di vita, mi sembra, francamente, che ciò che viene definito dipendenza risponda a mode ed a tendenze estranee proprio a quelle ricerche in ambito epidemiologico, genetico, di neuroimaging e riguardanti il trattamento che dimostrerebbero come la dipendenza sia una malattia del cervello. Tuttavia, a mio avviso è proprio considerando settori originariamente “collaterali” o “paralleli” a quelli dell’intervento sulle tossicodipendenze da droghe che potrebbero arrivare considerazioni interessanti. La grande capacità dello sport di attivare la disponibilità della “dopamina” e delle “beta-endorfine”, sostanze chimiche endogene del cervello dall’effetto simile agli oppioidi esogeni, come eroina e morfina porta a considerare l’ipotesi conseguente che lo sport, soprattutto quello aerobico, possa attivare situazioni di dipendenza. Si è anche descritta una dipendenza da lavoro, “lavoro-dipendenza ” o “work addiction ”, laddove al lavoro sono dedicati sempre maggiori spazi sino a generare problemi psico-sociali o fisici. C’è chi si sta occupando di “Dipendenza Affettiva” laddove un’altra persona, ad esempio il partner, diventa unico scopo di vita e chi lavora sullo shopping compulsivo. L’elenco è lungo e potrebbe continuare basta scorrere le voci proposte dai motori di ricerca per accorgersi che dal “trading on line” alla pornografia non esiste, forse, attività umana che non possa generare o, comunque, essere oggetto di una classificazione di compulsività e, quindi, di dipendenza. Quasi per gioco ho cercato la “dipendenza da fermodellismo (modellismo ferroviario)” beh … ho trovato pure quella.<br />
E’ tuttavia interessante notare che, anche nelle descrizioni divulgative, allontanandosi dalle tossicodipendenze classiche da sostanze, viene usato con maggior frequenza il termine di “sindrome” anziché quello di “malattia”. La differenza non è da poco.<br />
Dal Dizionario Treccani – sìndrome s. f. – Nel linguaggio medico, termine che, di per sé stesso, ossia senza ulteriori specificazioni, indica un complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza però un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa, e che può quindi essere espressione di una determinata malattia o di malattie di natura completamente diversa.<br />
Ciò che mi importa considerare infatti è la possibilità di riferire la dipendenza non tanto ad una malattia del cervello (una unica malattia!?) quanto, piuttosto, ad una o più ? sindromi, intese come gli insiemi di sintomi che andiamo osservando nelle persone che consideriamo “dipendenti”.<br />
La rivalutazione della definizione della dipendenza e (della tossicodipendenza) come sindrome (per altro anche la decima revisione dell’International Classification of Diseases and Health Problems -ICD-10- definisce la “Dependence syndrome”) e non come malattia, si stacca necessariamente da definizioni diagnostiche che danno più importanza all’oggetto della dipendenza che alla dipendenza stessa.<br />
Credo che riconsiderando la dipendenza come sindrome, potremmo anche meglio studiare e cogliere come l’uso compulsivo di una sostanza (ma anche di una situazione), non sia a monte ma a valle di una catena di possibili determinanti di carattere biologico, psicologico e sociale. Determinanti che, combinandosi assieme in uno specifico individuo, possono portare ad una compulsività tale da uscire da qualunque possibile controllo del soggetto stesso. Ciò potrebbe spiegare perché è esperienza comune notare come, venendo a mancare uno o più degli elementi determinanti, la compulsività può attenuarsi, entrare in una fase di remissione o scomparire.<br />
Tutti gli interventi ad oggi realizzati per trattare la dipendenza da sostanze, dai trattamenti sostitutivi, alle comunità terapeutiche, ai gruppi di auto-aiuto, alle terapie psicologiche, agli interventi sociali, agli interventi educativi e formativi, tendono, direttamente o indirettamente, a cambiare l’equilibrio e la potenza degli elementi che vanno a determinare la compulsività, mutando la storia dell’individuo per sottrarlo alla patologia.<br />
Il nostro problema, quindi, è quello di meglio capire quali e quanti siano questi elementi, quali siano le loro combinazioni patogene, in relazione ad individui diversi, con quali sintomi ed eventi sentinella possono manifestarsi, quali siano modificabili, come ed in quale ordine di priorità. E’ un percorso nettamente più complesso rispetto a quello di considerare la tossicodipendenza (o la dipendenza) una malattia del cervello ma, allo stato dell’arte delle conoscenze, mi sembra ancora l’unico modo per affrontare la situazione correttamente.<br />
Potremo così un giorno scoprire che molti casi, oggi considerati affetti da una malattia del cervello considerata cronica e recidivante, sono in realtà curabili e guaribili a patto di individuare, curare, se è il caso, o “semplicemente” modificare l’equilibrio delle determinanti di un insieme di sintomi che potrebbero essere causati da malattie e, aggiungerei, da determinanti individuali ed ambientali completamente diverse. Potremmo scoprire che la tossicodipendenza (e la dipendenza) non è una malattia e, forse, nemmeno una sindrome ma un sintomo: nel linguaggio medico, ciascuno dei fenomeni elementari con cui si manifesta lo stato di malattia, in una visione più estensiva l’indizio, segno di qualcosa che sta per manifestarsi o è già in atto.</p>
<p>(www.droga.net)</p>
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		<title>A proposito di: “Le canne non fanno male” e “Uso terapeutico”</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/a-proposito-di-le-canne-non-fanno-male-e-uso-terapeutico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2015 15:21:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Nessuno è mai morto per uno spinello”, “una canna non fa male a nessuno ed è meno dannosa di un bicchiere di vino”, “è una sostanza naturale”, “sono molto più nocivi alcool e tabacco della cannabis”,… sono alcuni degli slogan che gli antiproibizionisti usano nella campagna per la depenalizzazione delle cosiddette droghe leggere che, oltre a puntare su presunti benefici terapeutici nella cura di malattie che impressionano l’immaginario collettivo, vogliono anche rimarcare l’assoluta innocuità per la salute, di un consumo puramente voluttuario. Vediamo, allora, se è vero che “le canne non fanno male” andando a controllare ciò che dicono studi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/a-proposito-di-le-canne-non-fanno-male-e-uso-terapeutico/">A proposito di: “Le canne non fanno male” e “Uso terapeutico”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Nessuno è mai morto per uno spinello”, “una canna non fa male a nessuno ed è meno dannosa di un bicchiere di vino”, “è una sostanza naturale”, “sono molto più nocivi alcool e tabacco della cannabis”,… sono alcuni degli slogan che gli antiproibizionisti usano nella campagna per la depenalizzazione delle cosiddette droghe leggere che, oltre a puntare su presunti benefici terapeutici nella cura di malattie che impressionano l’immaginario collettivo, vogliono anche rimarcare l’assoluta innocuità per la salute, di un consumo puramente voluttuario.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo, allora, se è vero che “le canne non fanno male” andando a controllare ciò che dicono studi e ricerche scientifiche.<span id="more-122285"></span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Cannabis come droga d’inizio</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">“Chi usa cannabis – scrive Don Chino Pezzoli<strong>[1]</strong> – corre un rischio 60 volte maggiore di passare ad altre sostanze illecite rispetto a chi non consuma”. La marijuana diventa in questo modo la porta d’accesso verso la sperimentazione di sostanze più forti e deleterie come cocaina ed eroina. Il Dipartimento per le Politiche Antidroga osserva che il “95% delle persone tossicodipendenti da eroina in trattamento in Italia ha iniziato con la cannabis”<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono diversi gli studi che provano come “i cervelli di persone vulnerabili, sensibilizzati in giovanissima età con cannabis, spesso evolvano con più facilità, in età più avanzate, verso forme di addiction da eroina o cocaina”<strong>[3] [4] [5] [6]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’indagine sul consumo di cocaina realizzata nel 2008 dalla ASL di Bologna – scrive<strong>[7]</strong> Lorenzo Bertocchi citando la relazione del dottor Pavarin – ha rivelato che esiste “una elevata tendenza al policonsumo: il 60% di chi ha usato una qualsiasi droga ha utilizzato più di una sostanza, il 34% più di tre”; e “dall’analisi dei dati sembra molto difficile il passaggio all’uso di altre sostanze illegali senza prima aver utilizzato hashish o marijuana: solo il 4% degli intervistati ha usato sostanze illegali senza provare cannabis”.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Alterazioni e danni Cerebrali, invecchiamento precoce</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Il principio attivo della cannabis, tetraidrocannabinolo (THC), può provocare gravi alterazioni cerebrali. Riferisce Pezzoli che scoperte recenti hanno messo in luce che “il tetraidrocannabinolo induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del DNA nell’ippocampo”<strong>[8]</strong>. L’uso precoce di questa sostanza (durante l’adolescenza) è stato associato “a deficit cognitivi a lungo termine e ad una minore efficienza delle connessioni sinaitiche nell’ippocampo in età adulta”.</p>
<p style="text-align: justify;">E non solo, “studi sugli effetti cognitivi dell’uso di cannabis riportano deficit nell’attenzione sostenuta nell’apprendimento, nella memoria, nella flessibilità mentale e nella velocità di processamento delle informazioni”. Anche in questo caso “più precoce è l’inizio d’uso di cannabis, maggiori e più gravi sono le conseguenze cognitive associate”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fumo della cannabis altera “la memoria a breve termine, le percezioni, la capacità di giudizio e le abilità motorie”, come hanno dimostrato le ricerche del National Institute on Drug Abuse (NIDA). Si è visto che il THC agisce colpendo “le cellule nervose in quella parte del cervello dove risiede la memoria, impedendo ai consumatori di ricordare avvenimenti recenti e rendendo difficoltoso l’apprendimento”<strong>[9] [10]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Con buona pace di coloro che sostengono sia più dannoso l’alcool della cannabis, si è in realtà riscontrato che, a differenza dell’alcool, gli effetti sulle capacità e le funzioni neurocognitive della marijuana, persistono anche dopo il periodo di intossicazione, variando in base alla durata e alla precocità del periodo di esposizione. Questo perché il THC rimane in circolo nell’organismo per giorni o, addirittura, settimane dopo l’assunzione, continuando a produrre i suoi effetti negativi. C’è poi da dire che fumare marijuana significa assumere anche altre sostanze tossiche per l’organismo, come ammoniaca e idrogeno cianide, presenti in quantità 20 volte superiore rispetto a quello riscontrabile normalmente nel tabacco. Secondo uno studio della British Lung Foundation “fumare tre o quattro volte al giorno marijuana corrisponde a fumare 20 sigarette di tabacco”<strong>[11]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non solo, l’esposizione cronica al THC accelera anche la degenerazione, normalmente collegata all’invecchiamento cellulare, sia a livello mentale che fisico. Questa correlazione è stata evidenziata, tra gli altri, da J.C. van Ours e J. Williams, nel corso di una conferenza tenutasi il 14 gennaio 2011 dal titolo “The Effects of Cannabis Use on Physical and Mental Health” (Editorial Express). Lo studio ha reso noto che “l’effetto del consumo medio di cannabis sulla salute mentale è stimato, nell’uomo, ad un invecchiamento di undici anni e, nella donna, ad un invecchiamento di vent’anni”, mentre “il consumo medio di cannabis comporta, sulla salute fisica di un uomo, un invecchiamento di otto anni”. I ricercatori mettono quindi in guardia dall’uso di cannabis coloro “che vogliono rimanere giovani, o desiderano non invecchiare troppo velocemente”, in quanto l’utilizzo di questa sostanza “li porterà ad essere sostanzialmente più vecchi rispetto ai coetanei che si astengono dal consumo”.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Disturbi psicotici</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">A causa dell’alterazione della capacità dei neuroni di svilupparsi in maniera appropriata, il consumo di cannabis ha effetti molto gravi in età adolescenziale, “con il risultato che il cervello di un adulto che da adolescente ha consumato cannabis, risulta più vulnerabile ed esposto all’insorgere di disturbi mentali (depressione, psicosi e disturbi affettivi) (Le Bec, 2009)” <strong>[12] [13]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In un documento redatto a febbraio 2009 – contenente un’abbondante e significativa bibliografia – il Royal College of Psychiatrist (RCP) del Regno Unito, ha chiaramente indicato<strong>[14] </strong>come ci sia una crescente evidenza del fatto che, l’uso regolare di cannabis, raddoppi il rischio di sviluppare episodi psicotici o schizofrenia. La ricerca degli psichiatri inglesi ha messo in luce un chiaro legame tra consumo precoce di cannabis e il successivo sviluppo di problemi mentali, sia in coloro che sarebbero geneticamente vulnerabili a problemi come depressione e psicosi, sia in coloro che – pur non essendo predisposti – iniziano a consumare cannabis in età adolescenziale. Verosimilmente il problema sembra causato dell’interazione delle sostanze psicotrope con le cellule nervose di un cervello ancora in fase di sviluppo. Il cervello, infatti, completa la sua maturazione intorno ai vent’anni d’età, per cui “ogni esperienza o sostanza che disturba questo processo può potenzialmente produrre effetti psichici a lungo termine”<strong>[15]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In Inghilterra, dopo che il governo ha declassato lo status legale della cannabis in classe C, i consumi sono aumentati. Nel 2006 – ha scritto<strong>[16]</strong> l’<em>Independent</em> &#8211;  sono state più di 22mila le persone che sono dovute ricorrere a cure ospedaliere per problemi correlati alla dipendenza di cannabis e “oltre la metà di questi erano ragazzi sotto i 18 anni. In totale i ragazzi costretti a farsi aiutare a livello medico sono passati dai 5mila del 2005 al 9.600 del 2006, mentre gli adulti sono stati 13mila”. “Il dottor Robin Murray dell’Istituto di Psichiatria di Londra ha reso noto che almeno 25mila dei 250mila schizofrenici che ci sono nel Regno Unito avrebbero potuto evitare questa malattia se non avessero fumato cannabis”. Mentre il professor Neil McKeganey, del Centro Glasgow University per la ricerca sull’abuso di stupefacenti, ha denunciato il fatto che “la società ha gravemente sottovalutato la cannabis”, questo “è davvero pericoloso… nei prossimi dieci anni potremmo vedere un numero crescente di giovani in gravi difficoltà”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre “il <em>Lancet</em>, nel luglio 2007, mostrava che eliminando la marijuana, le psicosi nella popolazione diminuirebbero del 14%”<strong>[17]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono tre gli studi importanti – basati sull’osservazione per diversi anni di un considerevole numero di persone – che hanno dimostrato che coloro che consumano cannabis hanno un rischio superiore alla media di sviluppare schizofrenia. Se si inizia a fumare cannabis prima dei 15 anni, la probabilità di sviluppare un disturbo psicotico intorno ai 26 anni è quattro volte più alta. Mentre, uno studio australiano che ha seguito 1.600 studenti dai 14 ai 15 anni per sette anni, ha rilevato che gli adolescenti che usavano cannabis con regolarità, avevano un rischio significativamente più elevato di depressione, mentre gli studenti che la consumavano ogni giorno mostravano una probabilità cinque volte più alta di sviluppare depressione e ansia nell’età adulta<strong>[18]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo psichiatra Giuseppe Ducci, direttore del reparto di psichiatria del San Filippo Neri di Roma, denuncia che oggi si registrano “disturbi psicotici gravi sempre più precoci. Abbiamo persone di 24-25 anni che, dopo anni di abuso, hanno il cervello di un novantenne e un futuro di lungoassistiti”. Ma non solo. “La cannabis – continua Ducci – produce la sindrome amotivazionale: i ragazzi non vanno più a scuola, non vedono gli amici, si chiudono in se stessi. Alcuni arrivano al delirio o all’abulia, il prologo di un futuro complicato”. In sostanza, conclude lo psichiatra senza troppi giri di parole: “definire la cannabis una droga leggera è una vera fesseria”<strong>[19]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Dipendenza e astinenza</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">L’uso di cannabis continuato nel tempo può condurre a dipendenza. Diversi sintomi sono stati descritti, anche associati a dosi molto alte di cannabis, tra i quali: “umore irritabile o ansioso, accompagnato da modificazioni fisiche come tremore, sudorazione, nausea, modificazione dell’appetito e turbe del sonno”<strong>[20]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel sito internet <em>www.pharmamedix.com</em> si può leggere che, nonostante si ritenga che la componente psicologica della cannabis sia predominante rispetto a quella fisica, è stato dimostrato che l’uso continuato può comportare tolleranza verso diversi effetti, fra cui quelli sulla frequenza cardiaca, sulla pressione arteriosa e sull’elettrocardiogramma. Tale dipendenza è stata evidenziata sia dopo somministrazione per via inalatoria (fumo), sia orale (Haney et al., 1999; Haney et al., 1999a). In caso di astinenza, i sintomi comprendono agitazione, ansia, disforia, irritabilità, aggressività, insonnia, tremori, iperriflessia (Wiesbeck et al., 1996; Smith, 2002). La prevalenza dei sintomi da astinenza nei consumatori cronici di cannabis è del 16-29%, mentre il rischio di sviluppare dipendenza negli utilizzatori saltuari è di circa il 10%.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi problemi sono stati evidenziati anche dagli psichiatri inglesi che hanno parlato di “tolleranza” alla sostanza, che porta i consumatori a “doverne prendere sempre di più per ottenere lo stesso effetto”, e di vari sintomi da astinenza tra i quali: forte bisogno di assunzione, diminuzione dell’appetito, disturbi del sonno, perdita di peso, aggressività e/o rabbia, irritabilità, irrequietezza, sogni strani<strong>[21] [22] [23]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Altri disturbi ed effetti negativi</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">I recettori per le sostanze attive della cannabis non sono presenti solo nel cervello ma anche negli occhi, orecchie, cute, stomaco ed altri organi, dove possono produrre effetti, potenzialmente pericolosi, alcuni dei quali non ancora del tutto chiariti<strong>[24]</strong>. Ad esempio, in alcuni consumatori abituali di elevate quantità di hashish sono comparsi disturbi alla vista persistenti dopo la sospensione della droga (Laffi et al., 1993); mentre in un giovane di 24 anni è stata segnalata ipertermia grave durante uno sforzo fisico (jogging) dopo aver fumato cannabis (Walter et al., 1996)<strong>[25]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uso di cannabis può provocare anche un’intossicazione acuta con sintomi come euforia, variazioni dell’umore, confusione, disorientamento, delirio, disforia, incremento della frequenza cardiaca a riposo, xerostomia, atassia, iperiflessia. Ma il consumo di cannabis può indurre anche panico e allucinazioni, psicosi acuta e, addirittura, coma<strong>[26] [27] [28]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio olandese, pubblicato nel 2008 sull’International Journal of Dental Hygiene, condotto dal Dipartimento di Paradontologia del Centro Accademico di Odontoiatria di Amsterdam, ha rilevato una correlazione tra uso di cannabis e alcune patologie dell’ambiente orale. I ricercatori hanno perciò concluso che, data “la crescente prevalenza del consumo di cannabis, gli operatori sanitari del cavo orale devono essere consapevoli delle patologie associate alla cannabis, come xerostomia, leucoedema e aumento della diffusione e intensità di <em>candida albicans</em>”<strong>[29]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In un altro studio, realizzato da Mittleman e colleghi (2001) su 3.882 pazienti che avevano avuto un infarto del miocardio, è emerso che il consumo di cannabis, ad un’ora dalla sua assunzione, aumenta il rischio di infarto di 4-8 volte rispetto a coloro che non la usano<strong>[30]</strong>. Mentre, studi del NIDA hanno comprovato “che l’assunzione di marijuana inibisce il funzionamento delle cellule T che servono al sistema immunitario per combattere le infezioni”<strong>[31]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Effetti sulla sessualità</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">L’effetto negativo del THC sulla sfera sessuale sia maschile che femminile è noto da tempo. I consumatori uomini “possono risultare incapaci di raggiungere l’erezione”, ed avere problemi di fertilità, a causa di “una minor incidenza di spermatozoi competenti”. Nelle donne si è osservata “un’alterazione del ciclo mestruale” e livelli più alti di testosterone che possono influire sulla fertilità. In generale, il consumo di marijuana è stato anche associato all’inibizione dell’orgasmo<strong>[32]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Cancro ai polmoni e altre patologie polmonari</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">“Il fumo di cannabis altera la composizione genetica del DNA aumentando il rischio di cancro”<strong>[33]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’uso cronico della Cannabis per inalazione (fumo) comporta effetti analoghi al tabagismo, cioè irritazione delle vie respiratorie, broncocostrizione e rischio di tumore polmonare. Il fumo di cannabis, infatti, contiene gli stessi prodotti della combustione riscontrati nel fumo di tabacco: monossido di carbonio, catrame, sostanze mutagene e cancerogene (benzoantraceni e benzopireni a concentrazioni superiori a quelle del fumo di tabacco). Inoltre la deposizione di catrame a livello di epitelio delle alte e basse vie respiratorie è maggiore rispetto al fumo di tabacco per la diversa modalità con cui si fuma (aspirazioni più profonde e durature, assenza di filtri). Gli effetti dei due tipi di fumo, cannabis e tabacco, sono additivi. È stato calcolato che i danni all’epitelio bronchiale in chi fuma abitualmente 3-4 sigarette di cannabis, siano paragonabili a quelli riscontrati in chi fuma 20 o più sigarette di tabacco (Wu et al., 1988)”<strong>[34]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio francese pubblicato nel 2011 ha precisato<strong>[35]</strong> che “l’impatto specifico del fumo di cannabis è difficile da valutare con esattezza, poiché, nella maggior parte dei casi, viene mescolato con il tabacco”, tuttavia, “nonostante le importanti differenze con il fumo di tabacco”, si è riscontrato che “l’esposizione alla cannabis raddoppia il rischio di sviluppare il cancro ai polmoni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio inglese del 2010, ha messo in correlazione la cannabis, oltre che con il cancro al polmone, anche con altre patologie polmonari, evidenziando “un’emergente preoccupazione tra molti specialisti del torace” per il fatto che l’uso abituale di cannabis “possa contribuire allo sviluppo di malattie polmonari ostruttive croniche, infezioni pneumotoraciche e respiratorie, inclusa la tubercolosi”<strong>[36]</strong>. Invece, un altro studio pubblicato nel 2009 sul British Journal of Cancer, ha segnalato la relazione tra uso di cannabis e carcinoma nasofaringeo, “dove l’associazione con un diverso tipo istologico di tumore sembra suggerire un meccanismo carcinogenetico diverso rispetto a quello del fumo/aspirazione nasale di tabacco”<strong>[37]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Cancro ai testicoli</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Una ricerca<strong>[38]</strong> della University of Southern California, pubblicato sulla rivista <em>Cancer</em>, ha rilevato il legame tra il consumo di marijuana e aumento del rischio di sviluppare un cancro ai testicoli. I ricercatori hanno confrontato le storie di 163 giovani uomini dediti all’uso ricreativo di cannabis e colpiti da cancro ai testicoli, con quelle di 292 uomini sani della stessa età, etnia, e provenienti dai medesimi quartieri, scoprendo che coloro che fanno uso di marijuana hanno il doppio di probabilità di ammalarsi di sottotipi di cancro ai testicoli (“non seminomi”) e tumori misti alle cellule germinali. I ricercatori hanno sottolineato che, visti i risultati, “i potenziali effetti cancerogeni della marijuana sulle cellule testicolari dovrebbero essere considerati non solo nelle decisioni personali sull’uso ricreativo di droga, ma anche quando la marijuana e i suoi derivati sono utilizzati a fini terapeutici”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’uscita di questo studio, Stephen Schwart, epidemiologo presso il Fred Hutchinson Cancer Center di Seattle, autore nel 2009 del primo studio ad aver rilevato questo genere di associazione, ha dichiarato: “Ora abbiamo tre studi che collegano l’uso di marijuana al cancro ai testicoli, e nessuno studio che li contraddice”<strong>[39]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Danni al feto</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Uno studio condotto da El Marroun (2010) ha concluso che “la cannabis, anche se assunta per un breve periodo durante la gravidanza, può influire negativamente sulla crescita e sullo sviluppo del feto”. In individui adulti che erano stati esposti alla cannabis durante la vita intrauterina sono stati riscontrati: comportamenti impulsivi, deficit sociali, danni cognitivi, consumo di sostanze d’abuso e disordini psichiatrici (schizofrenia, depressione, ansia)<strong>[40]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">“I bambini nati da madri che avevano fumato cannabis in gravidanza, oltre a presentare un basso peso alla nascita ed eccitazione psicomotoria, mostravano, sul lungo periodo, difficoltà nei processi di memoria quando sottoposti a test visivi”<strong>[41] [42]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio<strong>[43]</strong> australiano, condotto in un periodo di 7 anni (2000-2006) su 24.874 donne in gravidanza che avevano dichiarato il consumo di cannabis, ha documentato diversi e gravi rischi a carico del feto e del neonato, tra i quali: basso peso alla nascita, parto pretermine, ritardo nella crescita, e ricovero in terapia intensiva neonatale.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Effetti sulla guida</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">I consumatori di droghe sono più propensi ad assumere “in maniera combinata” anche alcool, un binomio pericoloso foriero di numerosi incidenti stradali. “Gli effetti della cannabis alla guida – scrive<strong>[44]</strong> Pezzoli – variano in relazione alla dose di principio attivo assunta, alla via di somministrazione, alle esperienze pregresse dell’utilizzazione, alla vulnerabilità individuale e al contesto di assunzione”. Studi sperimentali ed epidemiologici – continua Pezzoli – che hanno analizzato gli effetti della cannabis sulle prestazioni psicomotorie, hanno evidenziato “scompensi dose correlati rispetto ad una serie di funzioni necessarie alla guida”.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio condotto in Nuova Zelanda ha rilevato che coloro che fumavano regolarmente cannabis, e avevano fumato prima di guidare, avevano più probabilità di essere feriti in un incidente d’auto<strong>[45]</strong>. Mentre uno studio recente condotto in Francia su oltre 10mila guidatori che erano stati coinvolti in incidenti stradali mortali, ha visto che – anche quando l’incidenza di assunzione di alcool è stata presa in considerazione – i consumatori di cannabis avevano più del doppio di probabilità sia di causare un incidente mortale che di essere una delle vittime<strong>[46]</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Comportamenti criminali e pensieri suicidi</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">“Il consumo di cannabis in età adolescenziale aumenta la probabilità di essere successivamente coinvolti in attività criminali”<strong>[47]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’uso cronico è associato a ideazione paranoide e, nei soggetti con età compresa fra 14 e 21 anni, ad un incremento di comportamenti che portano a furto, crimini violenti, suicidio rispetto a chi non ne fa uso”<strong>[48]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">A settembre 2012 l’<em>Ansa</em> ha reso note<strong>[49]</strong> le conclusioni di uno studio australiano-neozelandese che è stato presentato alla Conferenza Nazionale sulla Cannabis a Brisbane. Gli studiosi hanno seguito 1.265 soggetti per 30 anni, rilevando che l’uso regolare di cannabis può far scattare pensieri suicidi in alcuni assuntori, soprattutto se adolescenti o giovani adulti: più alta è la frequenza dell’uso regolare della droga, più rapidamente gli individui suscettibili diventano inclini al suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive<strong>[50]</strong> il Dipartimento Politiche Antidroga che coloro che sostengono l’innocuità della cannabis, si soffermano quasi sempre sul fatto che non ci siano decessi collegati ad un sovradosaggio della sostanza, una motivazione assai debole, poiché – come riconosce la stessa comunità scientifica – per stabilire la pericolosità di uno stupefacente non basta considerare le morti dirette, ma anche i rischi aggiuntivi di patologie collegate all’uso (cancro, infarto, patologie polmonari,…). C’è poi da considerare anche la “mortalità droga correlata”, cioè “la capacità della sostanza di dare condizioni [calo di attenzione e di riflessi] che possono portare a morte o invalidità del soggetto per aumento del rischio di incidente stradale, e per incidente sull’ambiente di lavoro o domestico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna poi tenere conto delle conseguenze non mortali ma altamente invalidanti sulle funzionalità neuropsichiche, come l’alterazione e la perdita di capacità e funzioni cognitive fondamentali per lo sviluppo della persona, che incidono in maniera pesante sulla memorizzazione, attenzione, e apprendimento, oltre a tutte le altre gravi conseguenze che abbiamo visto (Psicosi, schizofrenia, pensieri suicidi, ecc.).</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>A proposito di “Uso terapeutico”</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Nella relazione del DPA si fa notare<strong>[51]</strong> che articoli scientifici che riferiscono di risultati positivi sui farmaci a base di THC per uso medico, sono impropriamente utilizzati da Organizzazioni orientate alla legalizzazione, con l’intenzione di “far percepire e promuovere il concetto dell’innocuità dell’uso della cannabis e dei suoi poteri medicamentosi per curare (in realtà produrre effetti sintomatici e non eziologici) patologie molto gravi che impressionano l’immaginario collettivo quali il cancro, la sclerosi multipla, il morbo di Crohn, ecc.”. Ma, ad esempio, “la US National Multiple Sclerosis Society ha affermato che non vi è nessuna evidenza scientifica che provi l’efficacia della marijuana sulle persone affette da Sclerosi Multipla”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Pur essendo concordi ad approfondire questi aspetti con studi scientifici – si legge nel documento –, è chiara la demagogica intenzione di far percepire tale sostanza stupefacente, attraverso la pubblicizzazione ed esagerazione delle sue qualità ed applicazioni mediche, come ‘positiva, utile e salutare’ ottenendo così una diminuzione della percezione del rischio e dei danni che essa può produrre se usata anche per scopi voluttuari”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’equazione “se il THC va bene per tante malattie allora vuol dire che fa bene alla salute e non c’è problema ad usarlo” non può essere accettata e, anzi, va contrastata, perché tra i due piani intercorre una “profonda differenza”. Infatti, un conto è l’esistenza di “farmaci a base di THC prodotti dall’industria farmaceutica” e le sperimentazioni per “studiare le potenzialità mediche del THC attraverso le tradizionali e severe metodologie della ricerca”, altra cosa è sponsorizzare “prodotti artigianali e non controllati provenienti dalla produzione fraudolenta” ammantandoli di demagogia “per sostenere la bontà della legalizzazione e dell’uso a scopo voluttuario”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un pensiero analogo esprime anche Giovanni Zaninetta – direttore dell’Hospice della casa di cura Domus Salutis di Brescia (già presidente della Società italiana di cure palliative) – il quale dichiara<strong>[52]</strong> di “non demonizzare a priori una molecola che può avere potenzialità”, tuttavia è necessario “indagare correttamente sul rapporto costi-benefici di questi farmaci”. Ad esempio, nell’ambito della sclerosi multipla, “vanno condotti studi più convincenti di quelli che abbiamo a disposizione”, mentre, riguardo alle cure palliative, “ci sono farmaci meno costosi per la cura del dolore e altrettanto efficaci come la codeina”.</p>
<p style="text-align: justify;">In un’intervista<strong>[53]</strong> al <em>Corriere</em> Zaninetta ha anche aggiunto che: “Bisogna stare molto attenti: non possiamo considerare la cannabis come un farmaco miracoloso, perché proprio non lo è. E, soprattutto, dobbiamo anche ricordare che non è particolarmente indicato per il trattamento del dolore”, infatti, “per poter usare la cannabis come antidolorifico serve un dosaggio molto alto e, a quel punto, il risultato è che presenta gli stessi effetti collaterali della morfina. Che è già disponibile e non costa nulla”. Ecco perché, continua Zaninetta, “mi sembra uno spreco. Come succede anche per altri effetti dei farmaci cannabinoidi”, ad esempio in merito all’esito “euforizzante” della cannabis, “anche in questo caso esistono già tanti altri farmaci a disposizione che costano meno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di cannabis terapeutica, conclude Zaninetta: “dobbiamo stare attenti a non confondere i piani” poiché si tratta “di farmaci contenenti il THC, il principio attivo della cannabis, che in quei casi viene attentamente controllato e dosato”, da “non confondere [con] una fumata di spinello”. Ci troviamo, perciò, su due livelli ben distinti, due contesti che “non sono affatto la stessa cosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, la strategia usata dagli antiproibizionisti è quella di cercare di portare a casa la depenalizzazione delle droghe “leggere” (hashish e marijuana), per poi arrivare ad una piena legalizzazione di tutte le droghe, pesanti comprese (cocaina, eroina, anfetamine,…). Tuttavia, viste le resistenze che continuano a prevalere anche nei confronti delle droghe “leggere”, gli alfieri della droga libera puntano a far leva sull’uso della cannabis a “scopo terapeutico”, piuttosto che sul consumo voluttuario, cercando di far passare il messaggio che se la cannabis ha effetti benefici nella cura di importanti malattie, la si potrà di certo usare senza problemi anche a titolo personale e ricreativo. Questo obiettivo – ricorda<strong>[54]</strong> Giuliano Guzzo – è “messo nero su bianco sul manuale <em>I radicali e le Droghe. Basta con il Proibizionismo</em> (1995)”, dove si sostiene apertamente che “la medicalizzazione rimpiazza la penalizzazione e ha il merito di essere rassicurante per l’opinione pubblica”.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, come dimostrano un’enormità di studi e ricerche empiriche, la cannabis non è affatto quella droga innocua e “leggera” che gli antiproibizionisti sponsorizzano: hashish e marijuana fanno male, molto male. Perciò non resta che augurarsi che in Italia le droghe “leggere” non vengano mai depenalizzate, invitando, in particolare, adolescenti e giovani, a tenersene saggiamente alla larga, se non vogliono correre il rischio di ipotecare la propria salute mentale e fisica, e compromettere il proprio futuro.</p>
<p><strong>(tratto  http://www.libertaepersona.org)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
[1] Chino Pezzoli, “Cannabis, c’è poco di leggero”, www.labussolaquotidiana.it, 10 agosto 2011.<br />
Don Chino Pezzoli dirige la Fondazione Promozione e Solidarietà Umana, che da anni lavora sul campo per sottrarre i giovani all’abisso della tossicodipendenza.<br />
[2] Dipartimento per le Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione annuale al Parlamento sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze in Italia, Roma, 2011. Scaricabile da www.politicheantidroga.it e www.dronet.org.<br />
Citato in: Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM), Dipartimento Politiche Antidroga (DPA), “Le ragioni del perché NO alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti”, Roma, 1 novembre 2011, p. 13.<br />
[3] S.E. Baumesteir, P. Tossmann, Association between Early Onset of Cigarette, Alcohol and Cannabis Use and Later Drug Use Patterns: An Analysis of a Survey in European Metropolises, Eur Addict Res 11:92-98, 2005. Citato in: PCM – DPA, ibid, p. 21.<br />
[4] T. Cho, S. Roh, M. Robinson, Assessing the “gateway hypothesis” among middle ad high school students in Tennessee, Journal of Drug Issues Spring 2008, Vol. 38 Issue 2, p. 467-492, 2008. Citato in: PCM – DPA, ivi.<br />
[5] J.C. Van Ours, Is Cannabis a Stepping-Stone for Cocaine?, Journal of Health Economics, 22(4), pp. 539-54, 2003. Citato in: PCM – DPA, ivi.<br />
[6] S. Pudney, The Road to Ruin? Sequences of Initiation to Drug Use and Crime in Britain, Economic Journal, 2003, 113, pp. 182-98. Citato in: PCM – DPA, ivi.<br />
[7] Lorenzo Bertocchi, “Idoli voraci”, Libertà e Persona, 12 ottobre 2010.<br />
[8] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[9] A.D. Schweinsburg, B.J. Nagel, B.C. Schweinsburg, A. Park, R.J. Theilmann et al. Abstinent adolescent marijuana users show altered fMRI response during spatial working memory, Psychiatry Research: Neuroimaging, 163, 40-51, 2008. Citato in: PCM – DPA, ivi.<br />
[10] J. Quickfall, D. Crockford, Brain neuroimaging in cannabis use: a review, J Neuropsychiatry Clin Neurosci 18:318–332, 2006. Citato in: PCM – DPA, ivi.<br />
[11] C. Stimson, “Legal Memorandum, Legalizing Marijuana: why citizens should just say no”, no. 56, September 13, 2010. Citato in: PCM – DPA, ivi.<br />
[12] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[13] Si veda anche: D.T Malone, M.N Hill, T. Rubino, “Adolescent cannabis use and psychosis: epidemiology and neurodevelopmental models”, British Journal of Pharmacology, giugno 2010, 160(3): 511-522.<br />
[14] Stefano Bruni, “Cannabis: la verità scientifica contro l’insostenibile ‘leggerezza’ dei radicali”, www.uccronline.it, 7 febbraio 2012;<br />
“Cannabis and mental health”, www.rcpsych.ac.uk.<br />
[15] “Cannabis and mental health”, ibid.<br />
[16] Jonathan Owen, “Cannabis: An apology”, www.independent.co.uk, 18 marzo 2007.<br />
[17] Citato da C. Bellieni, art. cit.<br />
[18] “Cannabis and mental health”, ibid.<br />
[19] Damiano Lovino, “Lo spinello divora il cervello”, Panorama, 27 settembre 2012.<br />
[20] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[21] “Cannabis and mental health”, ibid.<br />
[22] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21724338.<br />
[23] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21981886.<br />
[24] S. Bruni, art. cit.<br />
[25] Www.pharmamedix.com, ibid.<br />
[26] “Cannabis Sativa. Tossicità – Qual è la tossicità di Cannabis sativa?”, www.pharmamedix.com.<br />
[27] A.M. Weinstein, David A. Gorelick, Pharmacological Treatment of Cannabis Dependence, Curr Pharm Des. 2011; 17(14): 1351-1358.<br />
[28] J. AS Crippa, G.N. Derenusson, M. HN Chagas, Z. Atakan, R. Martin-Santos, A.W. Zuardi, J. EC Hallak, Pharmacological interventions in the treatment of the acute effects of cannabis: a systematic review of literature, Harm Reduction Journal 2012.<br />
[29] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19138182.<br />
[30] G. Serpelloni, M. Diana, M. Gomma, C. Rimondo, Cannabis e danni alla salute. Aspetti tossicologici, neuropsichici, medici, sociali e linee di indirizzo per la prevenzione e il trattamento, Dipartimento per le Politiche Antidroga – PCM, Gennaio 2011. Scaricabile da www.dronet.org. Citato in: PCM – DPA, ibid, p. 13.<br />
[31] C. Stimson, “Legal Memorandum, Legalizing Marijuana: why citizens should just say no”, no. 56, September 13, 2010. Citato in: PCM – DPA, ibid, p. 21.<br />
[32] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[33] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[34] Www.pharmamedix.com, ibid.<br />
[35] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22099410.<br />
[36] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21132143.<br />
[37] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19724280.<br />
[38] Bill Briggs, “Dude, it’s your junk! Pot linked to testicular cancer”, www.nbcnews.com, 9 ottobre 2012.<br />
[39] Katie Moisse, “Marijuana use tied to testicular cancer risk”, abcnews.go.com, 10 settembre 2012.<br />
[40] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[41] Www.pharmamedix.com, ibid.<br />
[42] D. Jutras-Aswad, J.A. DiNieri, T. Harkany, Y.L. Hurd, Neurobiological consequences of maternal cannabis on human fetal development and its neuropsychiatric outcome, Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci 2009. Citato in: PCM – DPA, ibid, p. 21.<br />
[43] Www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22258135.<br />
[44] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[45] “Cannabis and mental health”, ibid.<br />
[46] “Cannabis and mental health”, ibid.<br />
[47] C. Pezzoli, art. cit.<br />
[48] Www.pharmamedix.com, ibid.<br />
[49] “Cannabis può portare a pensieri suicidi”, www.ansa.it, 25 settembre 2012.<br />
[50] PCM – DPA, ibid, p. 20.<br />
[51] PCM – DPA, ibid, p. 16.<br />
[52] Francesca Lozito, “L’illusione della cannabis”, Avvenire, 3 maggio 2012.<br />
[53] Arachi Alessandra, “Servono dosaggi alti. E non sono miracolosi”, Corriere della Sera, 3 maggio 2012.<br />
[54] Giuliano Guzzo, “Cannabis terapeutica, inganno Radicale”, Libertà e Persona, 21 giugno 2012.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/a-proposito-di-le-canne-non-fanno-male-e-uso-terapeutico/">A proposito di: “Le canne non fanno male” e “Uso terapeutico”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
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		<title>Cos&#8217;è l&#8217;alcool</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/cose-lalcool/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 19:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>COS&#8217;E&#8217; L&#8217;ALCOOL: L’alcool etilico (etanolo) è un liquido che si forma per fermentazione di alcuni zuccheri o si concentra per distillazione di prodotti alcolici fermentati. L’Organizzazione Mondiale della Salute afferma che l’alcool è una droga perché: è una sostanza psicoattiva che altera il funzionamento del sistema nervoso centrale e modifica le percezioni che si hanno della realtà esterna e di noi stessi; provoca dipendenza fisica e psichica perché crea il bisogno di assumere le sostanze e la sua mancanza provoca disturbi (sindrome di astinenza); induce alla tolleranza perché dà assuefazione e per ottenere lo stesso effetto bisogna aumentare la dose; implica</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/cose-lalcool/">Cos&#8217;è l&#8217;alcool</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
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<h4><strong>COS&#8217;E&#8217; L&#8217;ALCOOL:</strong></h4>
<p>L’alcool etilico (etanolo) è un liquido che si forma per fermentazione di alcuni zuccheri o si concentra per distillazione di prodotti alcolici fermentati.</p>
<p>L’Organizzazione Mondiale della Salute afferma che l’alcool è una droga perché:</p>
<ul>
<li>è una sostanza psicoattiva che altera il funzionamento del sistema nervoso centrale e modifica le percezioni che si hanno della realtà esterna e di noi stessi;</li>
<li>provoca dipendenza fisica e psichica perché crea il bisogno di assumere le sostanze e la sua mancanza provoca disturbi (sindrome di astinenza);</li>
<li>induce alla tolleranza perché dà assuefazione e per ottenere lo stesso effetto bisogna aumentare la dose;</li>
<li>implica pericolosità individuale, sociale e familiare.</li>
</ul>
<p>Sebbene legale, l’alcool è una sostanza tossica, dannosa per la nostra salute.</p>
<p>Negli ultimi anni, stiamo assistendo al dilagare dell’alcolismo tra i giovanissimi, spesso associato all’assuefazione di altre droghe con drammi immediati (vedi stragi del sabato sera) e con deleteri effetti a lungo termine.</p>
<p>Nel sentire comune, l’alcool non viene equiparato alle droghe né si comprende fino in fondo la gravità dei danni che ne derivano, perché il suo uso fa parte della nostra cultura al punto tale che viene considerato un elemento o un alimento che “se usato in modo corretto” non dà né assuefazione né produce danni.</p>
<h4><em>Esistono quantità “sicure” di alcool?</em></h4>
<p>In base alle conoscenze attuali non è possibile specificare delle quantità di consumo alcolico “sicuro” per la salute, in quanto non tutte le persone che bevono una data quantità di alcool avranno problemi, non tutti avranno problemi dello stesso tipo e dopo lo stesso periodo di tempo, ma ciascuno deve sapere che il bere lo espone alla possibilità di averne, perché gli effetti cambiano da individuo ad individuo. Il rischio esiste a qualunque livello di consumo e aumenta progressivamente con l’aumentare delle quantità di bevande alcoliche consumate.</p>
<ul>
<li>E’ da considerare a basso rischio una quantità di alcol giornaliera da assumersi durante i pasti principali (che non deve superare i 20-40 gr. per gli uomini e i 10-20 gr per le donne).</li>
<li>I giovani (al di sotto dei 16 anni), le donne e gli anziani in genere sono più vulnerabili agli effetti delle bevande alcoliche , che a causa di una ridotta capacità del loro organismo a metabolizzarel’alcool.</li>
</ul>
<p><strong>L’OMS dice a tale proposito : Alcool? Meno è meglio.</strong></p>
<p>E’meglio non bere alcolici in queste situazioni:</p>
<ul>
<li>Se si ha meno di 16 anni;</li>
<li>Se si è programmato una gravidanza;</li>
<li>Se si è in gravidanza o si sta allattando;</li>
<li>Se si assumono farmaci come ad esempio gli ansiolitici, gli anticoagulanti o la semplice aspirina;</li>
<li>Se si soffre di malattie acute o cromiche;</li>
<li>Se si è alcolisti;</li>
<li>Se si hanno o si sono avute altri tipi di dipendenze;</li>
<li>Se si è a digiuno lontano dai pasti;</li>
<li>Se ci si deve recare a lavoro o durante l’attività lavorativa;</li>
<li>Se si deve guidare un auto, un motoveicolo o usare un macchinario.</li>
</ul>
<p>Se si beve è meglio smettere se:</p>
<ul>
<li>Si sono avuti vuoti di memoria, scarsa concentrazione o frequenti dimenticanze;</li>
<li>Se ci si sente irascibili, violenti e se si perde facilmente il controllo;</li>
<li>Se si bevono alcolici appena svegli;</li>
<li>Se si è provato disagio o senso di colpa a causa del bene;</li>
<li>Se di mattina si manifestano tremori dopo aver bevuto di sera;</li>
<li>Se si è stato soggetto di critiche per il proprio bere;</li>
<li>Se qualcuno ha fatto rilevare la necessità di smettere o di ridurre il bere.</li>
</ul>
<p>Chiunque si riconosca in una delle condizioni riportate è meglio che chieda aiuto:</p>
<ul>
<li>Al medico di famiglia;</li>
<li>Ai servizi pubblici;</li>
<li>Alle associazioni presenti nel territorio.</li>
</ul>
<p><strong>Alcool e guida.</strong></p>
<p>Secondo il codice della strada, il limite legale di <em>alcolemia</em> (l’alcolemia è la quantità di alcool che si trova nel sangue dopo l’assunzione di bevande) alla guida non deve superare 0,5 g/l (0,5 grammi per litro). Con il nuovo decreto legge il guidatore fermato può essere sottoposto ad un accertamento alcolimetro, senza il suo consenso.<br />
Ai fini di dimostrare la guida in stato d’ebbrezza è sufficiente che l’esame dell’aria espirata, ripetuto 2 volte a distanza di 5 minuti superi il limite di 0,5 g/l.<br />
In generale, si raggiunge il limite di 0,5 g/l con circa 2 bicchieri di qualunque bevanda alcolica. Ciò avviene più rapidamente a stomaco vuoto e nel sesso femminile.<br />
Bisogna ricordarsi che 1 bicchiere di vino (da 125 ml), 1 birra (da 330 ml) oppure 1 bicchiere di superalcolici (da 40ml) contiene la stessa quantità di alcool pari a 12 grammi.<br />
E’ importante contare i bicchieri perché loro contano.<br />
E’ importante prima di mettersi alla guida aspettare almeno un’ora per ogni bicchiere di bevanda alcolica consumata.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>L’associazione “Casa nel sole” svolge in questo settore le seguenti attività:</strong></h4>
<ul>
<li>L’accoglienza di persone e di famiglie con problemi alcol-correlati;</li>
<li>Colloqui individuali e/o con le famiglie al fine di analizzare insieme il problema e individuare le modalità e il percorso da seguire per fronteggiarlo e risolverlo;</li>
<li>Gruppi ai auto-aiuto per persone con problemi di dipendenza alcolica e le loro famiglie;</li>
<li>Attività di prevenzione e di sensibilizzazione nel territorio.</li>
</ul>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/cose-lalcool/">Cos&#8217;è l&#8217;alcool</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
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		<title>Tossicodipendenza e Famiglie</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/tossicodipendenza-e-famiglie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2015 10:09:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>PREMESSA. Ritengo utile condividere con voi le presenti riflessioni perché vi sia piena uniformità metodologica tra i diversi volontari della nostra Associazione che svolgono i colloqui a sostegno delle famiglie dei ragazzi tossicodipendenti. Le indicazioni che seguono rappresentano la traccia comune su cui riflettere attentamente. Considero quindi di fondamentale importanza che i volontari, soprattutto quelli che condividono da poco la nostra esperienza, siano disponibili a valutare il proprio vissuto familiare e a riconoscersi nel modello culturale di famiglia alla base della nostra metodologia. Ci riferiamo a una tipologia di famiglia sulla quale in questi anni abbiamo discusso molto in tanti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/tossicodipendenza-e-famiglie/">Tossicodipendenza e Famiglie</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><strong>PREMESSA.</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Ritengo utile condividere con voi le presenti riflessioni perché vi sia piena uniformità metodologica tra i diversi volontari della nostra Associazione che svolgono i colloqui a sostegno delle famiglie dei ragazzi tossicodipendenti.<br />
Le indicazioni che seguono rappresentano la traccia comune su cui riflettere attentamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Considero quindi di fondamentale importanza che i volontari, soprattutto quelli che condividono da poco la nostra esperienza, siano disponibili a valutare il proprio vissuto familiare e a riconoscersi nel modello culturale di famiglia alla base della nostra metodologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riferiamo a una tipologia di famiglia sulla quale in questi anni abbiamo discusso molto in tanti incontri regionali e locali e nella quale la nostra Associazione si riconosce. Per cui ogni volontario ha il compito di confrontarsi con quanto condiviso e di maturare una convinta adesione ai principi pedagogici da adeguare alle varie situazioni senza creare confusione o contraddizione.</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>TOSSICODIPENDENZA E FAMIGLIA.</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Dalla nostra esperienza associativa risulta chiaro come la tossicodipendenza sia presente in condizioni familiari così differenti da non poter essere circoscritta a situazioni di famiglie precarie, incomplete, disunite, appartenenti a ceti di basso livello sociale o culturale, oppure con situazioni di degrado o di marginalità.<br />
Ciò premesso, noi consideriamo la tossicodipendenza come una problematica interna alle famiglie, non solo perché spesso le famiglie ne risultano una concausa, ma soprattutto perché sono chiamate a svolgere un ruolo importante nel recupero dei figli/congiunti/fratelli che vivono il problema.<br />
L’obiettivo quindi è che le famiglie diventino <em>protagoniste</em> del processo educativo che porterà i propri “cari” oltre la “cultura dello sballo”, e dunque oltre la droga.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendendo il via dalle condizioni reali delle singole famiglie e senza ignorare altri problemi presenti all&#8217;interno dei nuclei familiari, soprattutto le situazioni di conflitto che non permettono loro di recuperare il proprio &#8220;spazio educativo&#8221;, dobbiamo infondere nei genitori la convinzione che dalla droga si può uscire e che loro devono continuare il proprio compito educativo migliorando il dialogo al proprio interno e raggiungendo un’intesa sul come interagire con i figli/congiunti/fratelli tossicodipendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia costituisce per ciascun uomo un bisogno profondo, non cancellabile, la cui esperienza avrà compimento solo al termine della vita. Si tratta di una verità evidente, anche se coloro che vivono con la mentalità del tossicodipendente, riescono ad oscurare in se stessi il senso della famiglia e a negare le figure genitoriali.<br />
Il padre riveste un ruolo di fondamentale importanza per i figli, in particolare perché permette di sviluppare la loro personalità in relazione a ciò che è bene, a ciò che è giusto, a ciò che si deve fare.<br />
Ognuno di noi ha bisogno di un “padre” per la sua maturazione, ha bisogno della sua presenza, della sua guida sicura e coerente; ha bisogno che gli trasmetta delle idee chiare e dei valori autentici.<br />
All’interno dei nuclei familiari in cui troviamo situazioni di tossicodipendenza, il padre, però, il più delle volte è già da prima assente; oppure la sua presenza è marginale ai fini educativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi può darsi che il rapporto coi figli sia insignificante, e dunque negativo, ancor prima che questi facciano uso di droga.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ragazzo tossicodipendente, poi, accentua i conflitti e le disfunzioni familiari e assume il ruolo “paterno” perché è lui che decide autonomamente il proprio comportamento, imponendolo all’intera famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur tuttavia non annulla il suo bisogno di “padre” ma lo trasferisce sul compagno con “più esperienza”, prendendolo a modello e assoggettandosi a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tossicodipendente inoltre, soprattutto nella fase iniziale, vive con la sostanza, un rapporto personale e da essa riceve sensazioni piacevoli: calore, protezione, appagamento. Da essa (parlando soprattutto di oppiacei), si sente trasportato in un mondo ovattato e protetto, simboleggiato come il grande mare o il seno materno.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="line-height: 1.5;">La droga è quindi &#8211; in questa prima fase -, una sorta di <em>madre a pagamento</em>, meno obbligante di quella vera, che produce emozioni più intense e coinvolgenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma le situazioni si trasformano e la droga da “madre” diventa “matrigna”, lasciando la persona ormai disillusa nell&#8217;angoscia e nella necessità di continuare a drogarsi solo “per non star male”.</p>
<p style="text-align: justify;">Può darsi allora che il figlio voglia provare a smettere, ma da solo non ci riesce e le famiglie non sono in condizione da offrirgli l’aiuto necessario.</p>
<p style="text-align: justify;">Non bastano la buona volontà del figlio e il perdono dei familiari. Non è sufficiente riaccoglierlo nel “grembo familiare” per risolvere il problema, anzi la realtà è altra e una tale prospettiva spesso risulta difficile da perseguire, perché tutti, e in particolare le madri, sono stati feriti così profondamente che devono ritrovare motivazioni e forza per riaprirsi al dialogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai è avvenuto anche nel nostro territorio il passaggio culturale della famiglia dal tipo patriarcale a quello nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">In una società come la nostra, nella quale prevale il relativismo culturale e l&#8217;incertezza sui valori e sulle ragioni forti della vita, sono sempre più numerosi i casi di famiglie incomplete o basate sulla convivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo pone tutti i membri in una condizione di precarietà e di instabilità affettiva, cioè il contrario di quanto abbisognano i figli.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia di oggi non ha ancora superato la crisi che ne ha caratterizzato il passaggio dal tipo patriarcale. Ancora non sono chiare le sue nuove caratteristiche perché non ha ancora trovato la soluzione di alcuni problemi di fondo che l’hanno segnata in questi anni. Mi riferisco alla stabilità affettiva della coppia e della famiglia; alla differenziazione dei ruoli, in particolare al ruolo della donna; alla tolleranza per i diversi tipi di organizzazione familiare (tradizionale, libera, comunitaria, incompleta, &#8230;), alla ridefinizione del ruolo della famiglia nella società; alla divisione del lavoro e alla distribuzione del salario; alla disponibilità della famiglia a rinnovarsi e a cooperare con le altre agenzie sociali.<br />
Solo sciogliendo questi nodi la famiglia di oggi potrà superare la profonda crisi strutturale, funzionale e culturale che l’ha attanagliata in questi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur essendo fermamente convinti che si è trattato di una inevitabile crisi evolutiva, non possiamo negare il grande disagio che tale situazione ha creato in tutti noi, in particolare nei ragazzi e nei giovani.<br />
Viviamo quindi problematiche familiari sconosciute ai nostri genitori: la solitudine degli anziani; le difficoltà conseguenti al lavoro femminile fuori delle mura domestiche; le difficoltà dei genitori di essere presenti nella vita degli adolescenti dentro e fuori casa, di trovare momenti per stare tutti insieme, di creare tempi e spazi di dialogo e di confronto.<br />
Le nostre famiglie sono ricettacolo di una serie di provocazioni capillarmente diffuse dai mass-media. Subiamo condizionamenti minuziosi sul modo di vestire, sul modo di mangiare, sul numero di figli da avere, sul modo di educarli&#8230;<br />
Molto spesso gli adolescenti pretendono libertà e autonomia prima di aver raggiunto una sufficiente responsabilizzazione, lasciandosi affascinare da modelli educativi che propongono uno stile di vita consumistico e permissivo, senza ideali e alla continua ricerca di emozioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Educare i figli è diventato un compito estremamente arduo, che incute nei genitori preoccupazione e paura di sbagliare. Troppe volte le famiglie non riescono a trasmettere ai propri figli una educazione aperta ed integrale perché la società si contrappone e si sovrappone alle loro proposte educative. Altre volte non riescono perché le proposte risultano poco convincenti in quanto trasmesse con scarsa autorevolezza. Sarebbe diverso se queste fossero trasmesse con chiarezza di linguaggio, basate su valori condivisi, sulla coerenza, sulla disponibilità al confronto, sull’apertura alla “novità” rappresentata dai figli (valorizzando, ad esempio, la loro gioia di vivere, il loro entusiasmo, il loro bisogno di ideali).</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso invece le famiglie vivono nella routine, fossilizzate in ruoli e rapporti ormai scontati, incapaci di ricercare nuovi stimoli, incapaci di avere ideali e di suscitare entusiasmo. A toglierle da questa situazione incolore, ci pensano purtroppo i figli tossicodipendenti perché danno uno scossone tale da sconvolgere e travolgere tutto e tutti, evidenziando o generando forti conflitti all&#8217;interno della famiglia.<br />
Sappiamo che nella maggioranza dei casi<em> i genitori sono gli ultimi ad accorgersi che i figli si “drogano”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo fatto, se da un lato comprova l&#8217;insufficienza di dialogo tra genitori e figli ancor prima dell&#8217;uso di droga, dall&#8217;altro pone l&#8217;accento sulla difficoltà dei genitori di riconoscere la situazione di tossicodipendenza in quanto si sentono incolpati dalla nuova realtà sia come genitori per l’educazione trasmessa, sia come individui per il senso che hanno dato alla propria vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Frequentemente i genitori vivono la tossicodipendenza con comprensibile, amara sofferenza non solo per la disgrazia capitata al figlio ma anche perché considerano l’accaduto come un proprio fallimento, dimenticando che i figli sono “altro” e responsabili delle proprie scelte malgrado qualunque condizionamento.</p>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>CON LA FAMIGLIA.</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Le famiglie sono le prime a subire le conseguenze della tossicodipendenza di un figlio/fratello/congiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un crescendo di sofferenze individuali, di tensioni e di conflitti, di preoccupazioni affettive ed economiche. Come se ciò non bastasse, ancora oggi, ancora troppo spesso, la vergogna e la paura di essere giudicate costringono le famiglie a chiudersi nel proprio guscio e a tentare in tutti i modi di gestire la situazione senza manifestare il loro bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo dopo aver esaurito ogni sforzo possibile, quando la sfiducia le ha ormai condotte all’esaurimento e alla perdita di qualunque speranza, come ultima spiaggia, decidono di chiedere aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può gestire il problema della tossicodipendenza in solitudine e senza trovare adeguato sostegno; perché si rimane in balia dei figli/fratelli/congiunti tossicodipendenti i quali, attraverso promesse più o meno convinte (e comunque inefficaci perché continuamente mutevoli), determinano ulteriori conflitti aumentando confusione e sofferenza all’interno della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le madri, poi, guidate dal loro “istinto”, se non consapevoli dell’assoluta particolarità del problema, credono di aiutare i figli (considerati ora come i più delicati e i più sensibili della famiglia) manifestando tutto il peso e il valore del legame materno; ma alla fine ne ricevono una profonda<em> ferita</em> perché i “loro” “figli” continuano a mentire e a drogarsi. Proprio loro, i più delicati e più sensibili, seguitano a rubare gli oggetti più cari, a dissipare i risparmi di una vita, a ferirle tanto profondamente da togliere la voglia di vivere: da vittime (in quanto diventati tossicodipendenti, perché “rovinati dagli amici”), diventano <em>carnefici</em> (perché non riconoscono più il legame materno e quello familiare).</p>
<p style="text-align: justify;">La ferita fa così male che si giunge a considerare la propria morte o quella dei figli come l’unica soluzione possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora molto spesso, purtroppo, quella appena descritta è l&#8217;angosciante situazione che ci si presenta quando le famiglie chiedono il nostro aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna meraviglia allora se anche i genitori assumano comportamenti poco responsabili, in quanto il loro primo atteggiamento è quello di volerci “scaricare” i figli come se fossero pacchi postali.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei sottolineare l&#8217;<em>importanza del primo contatto con la famiglia.</em>  Il nostro primo compito è quello di accogliere, di ascoltare, di offrire sollievo a persone dalle esperienze così sofferte, dalla vita così provata.<br />
Dobbiamo poi riaccendere la speranza e suscitare fiducia in persone che non credono più nella possibilità del cambiamento dei propri figli, che spesso si augurano ormai solo la loro improvvisa, liberatoria fine (così da piangerli “una volta per tutte”).</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna dare coraggio e fiducia perché la soluzione c&#8217;è ed è alla loro portata: dalla droga si può uscire, anche se ci sarà bisogno di un lungo travaglio, e loro, i genitori, hanno ancora un compito da assolvere, un ruolo importante da sostenere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro obiettivo è di <em>responsabilizzare</em> la famiglie e <em>coinvolgerle</em> nel processo di recupero dei figli tossicodipendenti, richiedendo innanzitutto la partecipazione ai colloqui e agli incontri-famiglie sia dei genitori che dei fratelli e delle sorelle.<br />
<em>La prima “comunità di recupero” dovrebbe diventare la famiglia.</em><br />
Un pericolo da evitare è quello di sostituirci ai genitori quando essi volentieri farebbero a meno di prendere delle decisioni importanti, come quando devono stabilire in che modo fare pressioni sui figli perché facciano finalmente delle scelte. Invitiamoli a trovare il modo di mettere i figli “di fronte alle proprie responsabilità”, scegliendo azioni che poi avranno la forza di attuare, e decise in nostra presenza perché si sentano impegnati a mantenere ciò che stabiliscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non imponiamo mai una nostra scelta e mai diciamo loro di “cacciare il figlio di casa”, pur sapendo che tale determinazione, quale ultimo tentativo, spesso produce i suoi frutti. E’ una scelta estrema per far capire ai figli che malgrado tutto sono liberi di “drogarsi” ma non di distruggere la famiglia, e che i genitori con tale decisione prendono atto di essere ormai esclusi dal mondo dei loro figli, perché preferiscono la tossicodipendenza ai legami familiari. Sarebbe l’ennesimo, il più grande tentativo per aiutare i figli a prendere coscienza della gravità della situazione in cui si trovano.</p>
<p style="text-align: justify;">Però non possiamo dare niente per scontato, perché potrebbe anche succedere l&#8217;irreparabile, per cui non possiamo assumerci una responsabilità tanto grave: devono essere i genitori convinti della utilità di questo estremo rimedio e decidere se e quando ricorrervi.<br />
Un altro pericolo che noi volontari dobbiamo evitare è quello di lasciarci considerare dai genitori come se avessimo una risposta per ogni situazione e dobbiamo fare in modo che <em>non pretendano da noi le soluzioni</em> che invece insieme dobbiamo ricercare e perseguire. Cerchiamo anche di contenere gli incontri negli orari prestabiliti e di non dare la sensazione di volere o di poter risolvere tutto e subito, perché non è così.</p>
<p style="text-align: justify;">Le <strong>direttrici</strong> sulle quali ci muoviamo nel confronto con le famiglie dei ragazzi tossicodipendenti, attraverso i colloqui personali e i gruppi-famiglia, li possiamo sintetizzare in tre punti interconnessi:</p>
<ul>
<li>Poiché le famiglie si rivolgono a noi in quanto hanno immediato bisogno di sostegno morale e di consigli pratici su come affrontare i problemi dei figli tossicodipendenti, il primo argomento che affrontiamo, e che non dobbiamo mai trascurare, è di <em>come devono comportarsi con loro</em>, sia che questi abbiano già chiesto o accettato di essere aiutati, sia che non abbiano ancora intenzione di cambiare. Per relazionarsi coi figli in modo adeguato, hanno bisogno innanzitutto di trovare un accordo.<span style="line-height: 1.5;">Spesso invece sono fermi in una inutile e sterile posizione di </span><em style="line-height: 1.5;">accuse vicendevoli</em><span style="line-height: 1.5;"> e non riescono a trovare una linea comune da seguire nei confronti dei figli tossicodipendenti.</span><span style="line-height: 1.5;">Sono anche abbastanza frequenti i casi in cui un genitore (quasi sempre il padre) e parte dei familiari si rifiutano di collaborare e ritengono ormai inutile ogni ulteriore tentativo. Dobbiamo allora impegnarci nel ricomporre, per quanto possibile, l&#8217;</span><em style="line-height: 1.5;">unità familiare</em><span style="line-height: 1.5;">, facilitando il </span><em style="line-height: 1.5;">dialogo</em><span style="line-height: 1.5;"> e la</span><em style="line-height: 1.5;"> comprensione reciproca</em><span style="line-height: 1.5;">, ristabilendo i </span><em style="line-height: 1.5;">ruoli familiari</em><span style="line-height: 1.5;">, in modo tale che la famiglia possa fornire un valido sostegno ai tentativi di cambiamento dei figli/fratelli/congiunti che in questa fase iniziale, hanno bisogno di essere protetti e guidati in modo da riappropriarsi della loro dignità e libertà.</span>Poiché le famiglie che vivono la grave situazione della tossicodipendenza sono ossessionate dal problema e angosciare dalla sofferenza, dobbiamo aiutarle a guardare a se stesse come se quel figlio non ci fosse, aiutandole a posizionare il problema (riguardante una persona e non l’intera famiglia) e a riscoprire l&#8217;importanza e i bisogni degli altri, stimolandole a trovando il tempo per ascoltarsi e per stringere rapporti più profondi tra loro.</li>
<li><span style="line-height: 1.5;">Già dai primi colloqui, il bisogno di trovare un’intesa educativa permette ai genitori e agli altri membri della famiglia di dialogare di più, di “scaricare” tensioni accumulate in tanti anni di vita comune, di giungere a una maggiore e più profonda collaborazione.Il dialogo e il sentirsi strettamente uniti nel fronteggiare un male che coinvolge e minaccia lo star bene di tutta la famiglia, sono un bene prezioso e un bisogno che, una volta riscoperti, dovrebbero diventare una costante nei rapporti familiari. </span><span style="line-height: 1.5;">Inoltre l’accanimento iniziale a voler risolvere in ogni modo il problema del figlio tossicodipendente, porta la famiglia alla disattenzione verso gli altri figli, come se questi non avessero diritto ad avere un qualunque problema personale. </span><span style="line-height: 1.5;">Le sofferenze dei fratelli e delle sorelle dei ragazzi tossicodipendenti ancora non trovano l’ascolto che meritano. Considerando la mia esperienza, ritengo che il danno più grave subito dai fratelli e dalle sorelle dei ragazzi tossicodipendenti non sia rappresentato dal cattivo esempio o dalla conflittualità delle relazioni, bensì dal sentirsi negati, da parte dei genitori, i diritti di avere dei problemi e di ricevere ascolto, comprensione e accoglienza. </span><span style="line-height: 1.5;">Troppo spesso, infatti, sono colpevolizzati, trattati da egoisti e trascurati dai genitori che, angosciati dal dramma, dimenticano le responsabilità affettive ed educative nei confronti degli altri figli.</span></li>
</ul>
<p>Ritengo opportuno riproporvi il diario della sorella di un ragazzo tossicodipendente da me pubblicato in “ Che storia ragazzi!“.</p>
<p style="text-align: center;"><em>“ Questa esperienza (si riferisce ai dieci giorni di Casaldianni) è così forte ed intensa e tale da risvegliare emozioni che ti sembra difficile provare,</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>perché sei presa da problemi che ti rendono cieca davanti a quel sentimento così importante qual è l’amore.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Non riesci più ad amare, proprio perché vivi sempre alla luce dell’amore non ricevuto, dimenticando che per progredire nell’amore è essenziale dare amore.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em style="line-height: 1.5;">Vivendo questa esperienza la volevo trasmettere in famiglia;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>volevo scuoterli in profondità perché si nascondono dietro una maschera (anch’io),</em><em>portandosi da sempre dietro le difficoltà di dirsi</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>“Come stai?”, “Ti voglio bene&#8221;, &#8220;Sei importante per me”&#8230;&#8230;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Tali affermazioni vengono facili e spontanee nell’esperienza che vivi a Casaldianni, perché lì si crea una famiglia tra persone che conosci da poco, ma come se li conoscessi da sempre.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em style="line-height: 1.5;">Ho raccontato ciò perché io vivo una situazione non positiva con la mia famiglia, soprattutto con mio fratello che è un tossicodipendente.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Solo adesso riesco ad ammetterlo ed a pronunciare questa parola senza sentirmi male.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Perché ci sto male!!!</em></p>
<p style="text-align: center;"><em style="line-height: 1.5;">Oggi affronto tale situazione con molto più equilibrio.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>E’ difficile ammettere che mio fratello è tossicodipendente, purtroppo lo è.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em style="line-height: 1.5;">Stare a contatto con un tossico, vivere con un tossico, mangiare con un tossico, uscire con un tossico è veramente un’impresa.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Dico questo perché lui ha un comportamento di grande disonestà.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Tu cerchi di parlargli, ma lui non ti segue, perché pensa a 2000 all’ora.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Spesso ti chiedi perché ciò esiste e perché deve capitare a te;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>inizi ad allontanarti da tutti e dal mondo e credi che la vita è solo un giorno dopo l’altro, che tutti i giorni sono uguali.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Non senti niente né emozioni, né amore, niente di niente, stai sempre male”(&#8230;).</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>(Teresa).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure un ragazzo tossicodipendente potrebbe anche decidere di continuare per quella strada, ma i genitori non possono lasciar loro distruggere l’intera famiglia, cioè i rapporti tra il marito, la moglie e gli altri figli, ed anche la propria sicurezza economica.<br />
Altre volte capita che i genitori attribuiscano la responsabilità di ogni problema familiare ai comportamenti dei figli tossicodipendenti e sono restii ad affrontare con noi un discorso più ampio sulla propria situazione familiare (perché sono venuti da noi “unicamente per risolvere il problema del figlio”).</p>
<p style="text-align: justify;">  Non sempre riusciamo a far accettare il nostro punto di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso poi è un solo familiare che si rivolge a noi e non il diretto interessato, per cui le situazioni ci vengono presentate nell’ottica di chi le racconta, permettendoci certamente di comprendere il rapporto esistente tra chi abbiamo di fronte e il resto della famiglia ma solo in parte la realtà familiare.La prima richiesta di aiuto allora, alla quale siamo chiamati a fornire una immediata risposta, riguarda la persona che abbiamo di fronte e non agli assenti.Queste difficoltà limitano l’incisività della nostra opera, ma non ne cambiano l’intento, che é quello di aiutare la famiglia a riscoprire la propria identità, a svolgere la propria funzione e a proseguire il proprio cammino, anche se rimanesse con una grossa spina nel cuore.</p>
<ul>
<li>C&#8217;è ancora un ultimo punto, fondamentale, da sviluppare negli incontri con le famiglie e riguarda il confronto con il modello educativo della comunità, perché la famiglia è una piccola comunità e la comunità è una grande famiglia. <span style="line-height: 1.5;">Quando i genitori riconoscono il valore della comunità perché ne vedono i risultati sul proprio figlio, é possibile sollecitarli ad un confronto con quello stile di vita. </span><span style="line-height: 1.5;">Se quei principi e quei valori compiono il miracolo della rinascita del proprio figlio, possono insegnare qualcosa anche al resto della famiglia.</span><span style="line-height: 1.5;">Bisogna chiedere ai genitori, ai fratelli e alle sorelle dei ragazzi residenti in comunità di tener fede alle giornate della visita parenti, e magari di approfittare della possibilità di vivere per una settimana in comunità. </span><span style="line-height: 1.5;">Condividere con il proprio congiunto una situazione di vita ordinata e raccolta, basata su principi e valori quali l&#8217;onestà, la lealtà, l&#8217;amicizia, il confronto, la responsabilità, la partecipazione, l&#8217;esternare i propri sentimenti, il lavorare insieme, &#8230;. porta a riflettere sulle proprie abitudini familiari e a realizzare piccoli ma concreti cambiamenti.</span><span style="line-height: 1.5;">Quando invece i genitori e i familiari non possono approfittare di questa opportunità, ci vuole più tempo perché comprendano l’importanza dei principi comunitari e siano invogliati a “modificare il modificabile” di comportamenti ed abitudini ormai stratificati.</span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="line-height: 1.5;">La nostra azione non mira ad ottenere cambiamenti improvvisi e radicali, bensì ad offrire opportunità e stimoli perché convinti che “<em>La ricomprensione del senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali é il grande compito che si impone oggi per il rinnovamento della società”. (Giovanni Paolo II).</em></span></p>
<p><span style="line-height: 1.5;">Anche le nostre famiglie hanno bisogno di rinnovamento, a partire dalla riscoperta del proprio significato e della missione che devono svolgere.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/tossicodipendenza-e-famiglie/">Tossicodipendenza e Famiglie</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
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		<title>Penelope</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/1515/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 13:59:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione, attraverso il Progetto Penelope intende avviare a Telese Terme, in particolare, una serie di iniziative finalizzate a ridurre il malessere sociale, esistenziale e relazionale dei giovani che vivono una condizione di disagio, di rischio, di tossicodipendenza o di devianza. Il PROGETTO PENELOPE, imitando il lavoro paziente e tenace del celebre personaggio omerico, vuole tessere una rete di coinvolgimento territoriale, finalizzata ad offrire un&#8217;ancora di salvezza per i giovani che assumono sostanze psicoattive con la modalità del &#8220;sabato sera&#8221;. Persone che non si riconoscono nello stereotipo del tossicomane e non formulano alcuna richiesta di aiuto sia nei confronti del servizio</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;Associazione, attraverso il Progetto Penelope intende avviare a Telese Terme, in particolare, una serie di iniziative finalizzate a ridurre il malessere sociale, esistenziale e relazionale dei giovani che vivono una condizione di disagio, di rischio, di tossicodipendenza o di devianza.<br />
Il PROGETTO PENELOPE, imitando il lavoro paziente e tenace del celebre personaggio omerico, vuole tessere una rete di coinvolgimento territoriale, finalizzata ad offrire un&#8217;ancora di salvezza per i giovani che assumono sostanze psicoattive con la modalità del &#8220;sabato sera&#8221;.<br />
Persone che non si riconoscono nello stereotipo del tossicomane e non formulano alcuna richiesta di aiuto sia nei confronti del servizio pubblico (SerT) che del privato sociale (volontariato).<br />
Al fine di rappresentare un tentativo come quello dell&#8217;uso delle &#8220;nuove droghe&#8221;, il Progetto Penelope ha messo in essere diversi servizi specialistici gratuiti.</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;"><strong>SERVIZI</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sensibilizzazione Territoriale</strong></em><br />
Attivazione di una rete sinergica con realtà associative ed istituzionali presenti sul territorio (Servizi Sociali del Comune, gruppi giovanili, parrocchie, SerT, ecc.);<br />
Attivazione rete per costituire in loco un gruppo di volontariato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Centro di Ascolto</strong></em><br />
Consulenza e sostegno ai singoli e alle famiglie;<br />
Orientamento e individuazione dei servizi territoriali a cui rivolgersi per risolvere la problematica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gruppi di auto aiuto</strong></em><br />
Percorsi di gruppi di auto aiuto rivolti ad utenti con problematiche e/o a rischio di dipendenza e famiglie in ansia. L&#8217;obiettivo è quello di strutturare uno spazio fondato su un forte coinvolgimento personale dei partecipanti in un&#8217;esperienza di condivisione, di comunicazione interpersonale significativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sito internet</strong></em><br />
Condivisione di esperienze e pensieri attraverso chat, forum e blog;<br />
Servizi di sms, e-mail, newsletter;<br />
Servizio richieste di SOS (anche anonime) per domande all&#8217;esperto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Incontri Formativi</strong></em><br />
Laboratori formativi per approfondire tematiche quali: &#8220;Volontariato&#8221;, &#8220;Alcolismo&#8221;, &#8220;Tossicodipendenze&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Esperienza di vita comune</strong></em><br />
Coinvolgimento dei partecipanti nel vivo di un&#8217;esperienza di comunità, per 10 giorni, che si svolgerà in un casolare dell&#8217;Associazione nel Comune di Circello (Bn). L&#8217;esperienza è finalizzata in primo luogo a sviluppare nei partecipanti capacità operative e relazionali in grado di contenere e ribaltare le condizioni di disagio.</p>
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		<title>L&#8217;Anello Mancante</title>
		<link>https://www.casanelsole.net/lanello-mancante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Administrator]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 13:54:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archivio Tossicodipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Progetto di Partenariato Sociale“ : L&#8217;Anello Mancante” L’Associazione Casa nel Sole è partner del progetto di perequazione sociale “L’anello mancante” della durata di due anni.Avviato ad aprile 2010 in collaborazione con il CSV Napoli, il progetto è finalizzato a promuovere l’ascolto, sostegno ed aiuto alle persone, coppie e famiglie. Il progetto offre i seguenti servizi: · Centro di ascolto e di orientamento; · Gruppi di aiuto e mutuo aiuto; · Attività di sensibilizzazione e prevenzione del disagio; · Seminari formativi. CENTRO ASCOLTO E DI ORIENTAMENTO Puoi rivolgerti all’Associazione per problematiche legate alla persona, alla coppia ed alla famiglia e sarai</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.casanelsole.net/lanello-mancante/">L&#8217;Anello Mancante</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.casanelsole.net">Associazione di volontariato &quot;CASA NEL SOLE&quot; ODV</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Progetto di Partenariato Sociale“ : L&#8217;Anello Mancante”</strong></em><br />
L’Associazione Casa nel Sole è partner del progetto di perequazione sociale “L’anello mancante” della durata di due anni.Avviato ad aprile 2010 in collaborazione con il CSV Napoli, il progetto è finalizzato a promuovere l’ascolto, sostegno ed aiuto alle persone, coppie e famiglie.</p>
<p>Il progetto offre i seguenti servizi:<br />
· Centro di ascolto e di orientamento;<br />
· Gruppi di aiuto e mutuo aiuto;<br />
· Attività di sensibilizzazione e prevenzione del disagio;<br />
· Seminari formativi.</p>
<hr />
<p><strong>CENTRO ASCOLTO E DI ORIENTAMENTO</strong></p>
<p>Puoi rivolgerti all’Associazione per problematiche legate alla persona, alla coppia ed alla famiglia e sarai assistito gratuitamente nel percorso di sostegno e di aiuto.Presso lo sportello potrai ricevere assistenza da esperti psicologi che potranno aiutare la persona, le coppie e le famiglie ad affrontare e dare un significato alle problematiche evidenziate ( attacchi di panico, crisi di ansia generalizzata, conflitti di coppia, difficoltà relazionali genitori-figli, problematiche legate alla separazione, problemi adolescenziali, senso di solitudine, sentimenti di tristezza,difficoltà legate al ciclo di vita).</p>
<hr />
<p><strong>GRUPPI DI AUTO E MUTUO AIUTO</strong></p>
<p>L’Associazione offre la possibilità di sperimentare percorsi di sostegno e di aiutoattraverso la costituzione di gruppi di auto e mutuo aiuto.I gruppi sono rivolti alle famiglie e/o genitori che possano attraversare momenti di difficoltà legati a problematiche: familiari, genitoriali, coniugali.La condivisione ed il confronto con il gruppo e l’ausilio di esperti, ermetteranno ai membri del gruppo di sperimentare nuove strategie per la risoluzione delle difficoltà.</p>
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