LOTTERIA DI SOLIDARIETA’
I BIGLIETTI ESTRATTI SONO:
- PREMIO: biglietto n. 4812
- PREMIO: biglietto n. 6177
- PREMIO: biglietto n. 9877
- PREMIO: biglietto n. 2114
- PREMIO: biglietto n. 2880
- PREMIO: biglietto n. 1265
- PREMIO: biglietto n. 3731
Natale Arcobaleno
In occasione dell’evento Natale Arcobaleno - Itinerari turistici ed eventi culturali lungo il fil rouge del barocco beneventano la
CASA NEL SOLE ONLUS
Vi invita a prendere parte alle seguenti serate
- Scarlatti in Jazz con Enrico Pieranunzi
al Teatro Comunale di Benevento
il 20-12-2009 ore 20.45 - Christmas Concert con i Black Voices
Music with a Message - European Tour
al Teatro Comunale di Benevento
il 21-12-2009 ore 21.00 - Senza spina con Angelo Branduardi in concerto
al Teatro Comunale di Benevento
grazie alla Vs partecipazione, sarà riconosciuto alla Casa nel Sole ONLUS un contributo per le proprie attività sociali.
Carta di Impegno
www.serviziocivile.it
www.serviziocivilecampania.it
L’Ufficio nazionale per il servizio civile e gli enti che partecipano ai progetti di servizio civile nazionale:
• sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la società civile, rendono vitali le relazioni all’interno delle comunità, allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione, che promuovono a vantaggio di tutti il patrimonio culturale e ambientale delle comunità, e realizzano reti di cittadinanza mediante la partecipazione attiva delle persone alla vita della collettività e delle istituzioni a livello locale, nazionale, europeo ed internazionale;
• considerano che il servizio civile nazionale propone ai giovani l’investimento di un anno della loro vita, in un momento critico di passaggio all’età e alle responsabilità dell’adulto, e si impegnano perciò a far sì che tale proposta avvenga in modo non equivoco, dichiarando cosa al giovane si propone di fare e cosa il giovane potrà apprendere durante l’anno di servizio civile presso l’ente, in modo da metterlo nelle migliori condizioni per valutare l’opportunità della scelta;
• affermano che il servizio civile nazionale presuppone come metodo di lavoro “l’imparare facendo”, a fianco di persone più esperte in grado di trasmettere il loro saper fare ai giovani, lavorandoci insieme, facendoli crescere in esperienza e capacità, valorizzando al massimo le risorse personali di ognuno;
• riconoscono il diritto dei volontari di essere impegnati per le finalità del progetto e non per esclusivo beneficio dell’ente, di essere pienamente coinvolti nelle diverse fasi di attività e di lavoro del progetto, di verifica critica degli interventi e delle azioni, di non essere impiegati in attività non condivise dalle altre persone dell’ente che partecipano al progetto, di lavorare in affiancamento a persone più esperte in grado di guidarli e di insegnare loro facendo insieme; di potersi confrontare con l’ente secondo procedure certe e chiare fin dall’inizio a partire delle loro modalità di presenza nell’ente, di disporre di momenti di formazione, verifica e discussione del progetto proposti in modo chiaro ed attuati con coerenza;
• chiedono ai giovani di accettare il dovere di apprendere, farsi carico delle finalità del progetto, partecipare responsabilmente alle attività dell’ente indicate nel progetto di servizio civile nazionale, aprendosi con fiducia al confronto con le persone impegnate nell’ente, esprimendo nel rapporto con gli altri e nel progetto il meglio delle proprie energie, delle proprie capacità, della propria intelligenza, disponibilità e sensibilità, valorizzando le proprie doti personali ed il patrimonio di competenze e conoscenze acquisito, impegnandosi a farlo crescere e migliorarlo;
• si impegnano a far parte di una rete di soggetti che a livello nazionale accettano e condividono le stesse regole per attuare obiettivi comuni, sono disponibili al confronto e alla verifica delle esperienze e dei risultati, nello spirito di chi rende un servizio al Paese ed intende condividere il proprio impegno con i più giovani.
Data
Il Direttore dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.
dott. Diego Cipriani
Il legale rappresentante dell’Ente
Padre Vittorio Balzarano
Pubblicazioni
A – TESTI:
Calabrese M. Gabriella, La famiglia del tossicomane: analisi sistemica della fase precedente l’ingresso in comunità, Università “La sapienza”, Roma 1993
Tesi di laurea in psicologia dell’Autrice sulla metodologia della “Casa nel Sole” in relazione ai colloqui nella fase preparatoria alla comunità.
Masini Vincenzo, Prevenire è possibile, Benevento 1994
L’autore, sociologo, approfondisce la metodologia della “Casa nel Sole” in riferimento all’attività di prevenzione, soprattutto in relazione alla dinamica comunitaria presso il casolare “Santa Margherita” di Circello (BN)
Ricci P., Iampietro M.A., Zarro M., Atti del Corso di formazione per operatori pubblici e del Volontariato 1993, Benevento 1994
Attraverso gli Atti del Corso, gli Autori che ne hanno curato la pubblicazione (rispettivamente un tossicologo, un’assistente sociale e una psicologa) evidenziano l’attività formativa della “Casa nel Sole”
AA.VV., Noi ci siamo, I.T.C. “Rampone” Benevento 1996
Gli autori, cioè gli stessi protagonisti, presentano il Gruppo di ascolto attivato dalla “Casa nel Sole” nel loro Istituto a partire dall’anno scolastico 1990/91
Balzarano P. Vittorio, Che storia ragazzi, Benevento 1996
L’autore, presidente dell’Associazione, presenta una panoramica delle attività di prevenzione della “Casa nel Sole” attraverso le testimonianze degli stessi protagonisti.
AA. VV., Coinvolti nel vivo di un’esperienza di comunità, Benevento 2001
Opuscolo sul decennale dei Corsi di prevenzione e formazione realizzati dall’Associazione presso il casolare “Santa Margherita” di Circello (BN)
Pezzella Caterina, Disagio giovanile e comunità – Teorie e strategie d’intervento, Università degli Studi di Trieste 2004
Nella sua tesi, di area psico-socio-pedagogica, l’Autrice, dopo un’attenta analisi del disagio giovanile, evidenzia efficacemente i punti di incontro tra la logoterapia di Victor Frankl e il modello educativo, preventivo e formativo, attuato dalla “Casa nel Sole”
B – DVD:
Associazione “Casa nel Sole e I.T. C. “Rampone” Presentano: Parlando di giustizia…. Cosa accade nel mondo dei giovani, Benevento ‘
Rappresentazione teatrale: A San Francisco di Salvatore Di Giacomo. Regia di Linda Ocone. Luci e fonica Maurizio Iannino
Istituto Tecnico Commerciale “Rampone” e Associazione “Casa nel Sole” Presentano: Fools di Neil Simon, Benevento 2003
Rappresentazione teatrale nell’ambito del Progetto Prevenire è possibile. Regia di Linda Ocone.
Famiglie
Dalla nostra esperienza associativa risulta chiaro come la tossicodipendenza sia presente in condizioni familiari così differenti da non poter essere circoscritta a situazioni di famiglie precarie, incomplete, disunite, appartenenti a ceti di basso livello sociale o culturale, oppure con situazioni di degrado o di marginalità.
Ciò premesso, noi consideriamo la tossicodipendenza come una problematica interna alle famiglie, non solo perché spesso le famiglie ne risultano una concausa, ma soprattutto perché sono chiamate a svolgere un ruolo importante nel recupero dei figli/congiunti/fratelli che vivono il problema.
L’obiettivo quindi è che le famiglie diventino protagoniste del processo educativo che porterà i propri “cari” oltre la “cultura dello sballo”, e dunque oltre la droga. Prendendo il via dalle condizioni reali delle singole famiglie e senza ignorare altri problemi presenti all’interno dei nuclei familiari, soprattutto le situazioni di conflitto che non permettono loro di recuperare il proprio “spazio educativo”, dobbiamo infondere nei genitori la convinzione che dalla droga si può uscire e che loro devono continuare il proprio compito educativo migliorando il dialogo al proprio interno e raggiungendo un’intesa sul come interagire con i figli/congiunti/fratelli tossicodipendenti.
La famiglia costituisce per ciascun uomo un bisogno profondo, non cancellabile, la cui esperienza avrà compimento solo al termine della vita. Si tratta di una verità evidente, anche se coloro che vivono con la mentalità del tossicodipendente, riescono ad oscurare in se stessi il senso della famiglia e a negare le figure genitoriali.
Il padre riveste un ruolo di fondamentale importanza per i figli, in particolare perché permette di sviluppare la loro personalità in relazione a ciò che è bene, a ciò che è giusto, a ciò che si deve fare.
Ognuno di noi ha bisogno di un “padre” per la sua maturazione, ha bisogno della sua presenza, della sua guida sicura e coerente; ha bisogno che gli trasmetta delle idee chiare e dei valori autentici.
All’interno dei nuclei familiari in cui troviamo situazioni di tossicodipendenza, il padre, però, il più delle volte è già da prima assente; oppure la sua presenza è marginale ai fini educativi. Quindi può darsi che il rapporto coi figli sia insignificante, e dunque negativo, ancor prima che questi facciano uso di droga. Un ragazzo tossicodipendente, poi, accentua i conflitti e le disfunzioni familiari e assume il ruolo “paterno” perché è lui che decide autonomamente il proprio comportamento, imponendolo all’intera famiglia. Pur tuttavia non annulla il suo bisogno di “padre” ma lo trasferisce sul compagno con “più esperienza”, prendendolo a modello e assoggettandosi a lui.
Il tossicodipendente inoltre, soprattutto nella fase iniziale, vive con la sostanza, un rapporto personale e da essa riceve sensazioni piacevoli: calore, protezione, appagamento. Da essa (parlando soprattutto di oppiacei), si sente trasportato in un mondo ovattato e protetto, simboleggiato come il grande mare o il seno materno. La droga è quindi - in questa prima fase -, una sorta di madre a pagamento, meno obbligante di quella vera, che produce emozioni più intense e coinvolgenti.
Ma le situazioni si trasformano e la droga da “madre” diventa “matrigna”, lasciando la persona ormai disillusa nell’angoscia e nella necessità di continuare a drogarsi solo “per non star male”. Può darsi allora che il figlio voglia provare a smettere, ma da solo non ci riesce e le famiglie non sono in condizione da offrirgli l’aiuto necessario. Non bastano la buona volontà del figlio e il perdono dei familiari. Non è sufficiente riaccoglierlo nel “grembo familiare” per risolvere il problema, anzi la realtà è altra e una tale prospettiva spesso risulta difficile da perseguire, perché tutti, e in particolare le madri, sono stati feriti così profondamente che devono ritrovare motivazioni e forza per riaprirsi al dialogo.
Ormai è avvenuto anche nel nostro territorio il passaggio culturale della famiglia dal tipo patriarcale a quello nucleare. In una società come la nostra, nella quale prevale il relativismo culturale e l’incertezza sui valori e sulle ragioni forti della vita, sono sempre più numerosi i casi di famiglie incomplete o basate sulla convivenza. Questo pone tutti i membri in una condizione di precarietà e di instabilità affettiva, cioè il contrario di quanto abbisognano i figli.
La famiglia di oggi non ha ancora superato la crisi che ne ha caratterizzato il passaggio dal tipo patriarcale. Ancora non sono chiare le sue nuove caratteristiche perché non ha ancora trovato la soluzione di alcuni problemi di fondo che l’hanno segnata in questi anni. Mi riferisco alla stabilità affettiva della coppia e della famiglia; alla differenziazione dei ruoli, in particolare al ruolo della donna; alla tolleranza per i diversi tipi di organizzazione familiare (tradizionale, libera, comunitaria, incompleta, …), alla ridefinizione del ruolo della famiglia nella società; alla divisione del lavoro e alla distribuzione del salario; alla disponibilità della famiglia a rinnovarsi e a cooperare con le altre agenzie sociali.
Solo sciogliendo questi nodi la famiglia di oggi potrà superare la profonda crisi strutturale, funzionale e culturale che l’ha attanagliata in questi anni.
Pur essendo fermamente convinti che si è trattato di una inevitabile crisi evolutiva, non possiamo negare il grande disagio che tale situazione ha creato in tutti noi, in particolare nei ragazzi e nei giovani.
Viviamo quindi problematiche familiari sconosciute ai nostri genitori: la solitudine degli anziani; le difficoltà conseguenti al lavoro femminile fuori delle mura domestiche; le difficoltà dei genitori di essere presenti nella vita degli adolescenti dentro e fuori casa, di trovare momenti per stare tutti insieme, di creare tempi e spazi di dialogo e di confronto.
Le nostre famiglie sono ricettacolo di una serie di provocazioni capillarmente diffuse dai mass-media. Subiamo condizionamenti minuziosi sul modo di vestire, sul modo di mangiare, sul numero di figli da avere, sul modo di educarli, … .
Molto spesso gli adolescenti pretendono libertà e autonomia prima di aver raggiunto una sufficiente responsabilizzazione, lasciandosi affascinare da modelli educativi che propongono uno stile di vita consumistico e permissivo, senza ideali e alla continua ricerca di emozioni.
Educare i figli è diventato un compito estremamente arduo, che incute nei genitori preoccupazione e paura di sbagliare. Troppe volte le famiglie non riescono a trasmettere ai propri figli una educazione aperta ed integrale perché la società si contrappone e si sovrappone alle loro proposte educative. Altre volte non riescono perché le proposte risultano poco convincenti in quanto trasmesse con scarsa autorevolezza. Sarebbe diverso se queste fossero trasmesse con chiarezza di linguaggio, basate su valori condivisi, sulla coerenza, sulla disponibilità al confronto, sull’apertura alla “novità” rappresentata dai figli (valorizzando, ad esempio, la loro gioia di vivere, il loro entusiasmo, il loro bisogno di ideali).
Spesso invece le famiglie vivono nella routine, fossilizzate in ruoli e rapporti ormai scontati, incapaci di ricercare nuovi stimoli, incapaci di avere ideali e di suscitare entusiasmo. A toglierle da questa situazione incolore, ci pensano purtroppo i figli tossicodipendenti perché danno uno scossone tale da sconvolgere e travolgere tutto e tutti, evidenziando o generando forti conflitti all’interno della famiglia.
Sappiamo che nella maggioranza dei casi i genitori sono gli ultimi ad accorgersi che i figli si “drogano”. Questo fatto, se da un lato comprova l’insufficienza di dialogo tra genitori e figli ancor prima dell’uso di droga, dall’altro pone l’accento sulla difficoltà dei genitori di riconoscere la situazione di tossicodipendenza in quanto si sentono incolpati dalla nuova realtà sia come genitori per l’educazione trasmessa, sia come individui per il senso che hanno dato alla propria vita. Frequentemente i genitori vivono la tossicodipendenza con comprensibile, amara sofferenza non solo per la disgrazia capitata al figlio ma anche perché considerano l’accaduto come un proprio fallimento, dimenticando che i figli sono “altro” e responsabili delle proprie scelte malgrado qualunque condizionamento.
CON LA FAMIGLIA.
Le famiglie sono le prime a subire le conseguenze della tossicodipendenza di un figlio/fratello/congiunto. E’ un crescendo di sofferenze individuali, di tensioni e di conflitti, di preoccupazioni affettive ed economiche. Come se ciò non bastasse, ancora oggi, ancora troppo spesso, la vergogna e la paura di essere giudicate costringono le famiglie a chiudersi nel proprio guscio e a tentare in tutti i modi di gestire la situazione senza manifestare il loro bisogno. Solo dopo aver esaurito ogni sforzo possibile, quando la sfiducia le ha ormai condotte all’esaurimento e alla perdita di qualunque speranza, come ultima spiaggia, decidono di chiedere aiuto.
Non si può gestire il problema della tossicodipendenza in solitudine e senza trovare adeguato sostegno; perché si rimane in balia dei figli/fratelli/congiunti tossicodipendenti i quali, attraverso promesse più o meno convinte (e comunque inefficaci perché continuamente mutevoli), determinano ulteriori conflitti aumentando confusione e sofferenza all’interno della famiglia.
Le madri, poi, guidate dal loro “istinto”, se non consapevoli dell’assoluta particolarità del problema, credono di aiutare i figli (considerati ora come i più delicati e i più sensibili della famiglia) manifestando tutto il peso e il valore del legame materno; ma alla fine ne ricevono una profonda ferita perché i “loro” “figli” continuano a mentire e a drogarsi. Proprio loro, i più delicati e più sensibili, seguitano a rubare gli oggetti più cari, a dissipare i risparmi di una vita, a ferirle tanto profondamente da togliere la voglia di vivere: da vittime (in quanto diventati tossicodipendenti, perché “rovinati dagli amici”), diventano carnefici (perché non riconoscono più il legame materno e quello familiare). La ferita fa così male che si giunge a considerare la propria morte o quella dei figli come l’unica soluzione possibile.
Ancora molto spesso, purtroppo, quella appena descritta è l’angosciante situazione che ci si presenta quando le famiglie chiedono il nostro aiuto. Nessuna meraviglia allora se anche i genitori assumano comportamenti poco responsabili, in quanto il loro primo atteggiamento è quello di volerci “scaricare” i figli come se fossero pacchi postali.
Vorrei sottolineare l’importanza del primo contatto con la famiglia. Il nostro primo compito è quello di accogliere, di ascoltare, di offrire sollievo a persone dalle esperienze così sofferte, dalla vita così provata.
Dobbiamo poi riaccendere la speranza e suscitare fiducia in persone che non credono più nella possibilità del cambiamento dei propri figli, che spesso si augurano ormai solo la loro improvvisa, liberatoria fine (così da piangerli “una volta per tutte”). Bisogna dare coraggio e fiducia perché la soluzione c’è ed è alla loro portata: dalla droga si può uscire, anche se ci sarà bisogno di un lungo travaglio, e loro, i genitori, hanno ancora un compito da assolvere, un ruolo importante da sostenere.
Il nostro obiettivo è di responsabilizzare la famiglie e coinvolgerle nel processo di recupero dei figli tossicodipendenti, richiedendo innanzitutto la partecipazione ai colloqui e agli incontri-famiglie sia dei genitori che dei fratelli e delle sorelle.
La prima “comunità di recupero” dovrebbe diventare la famiglia.
Un pericolo da evitare è quello di sostituirci ai genitori quando essi volentieri farebbero a meno di prendere delle decisioni importanti, come quando devono stabilire in che modo fare pressioni sui figli perché facciano finalmente delle scelte. Invitiamoli a trovare il modo di mettere i figli “di fronte alle proprie responsabilità”, scegliendo azioni che poi avranno la forza di attuare, e decise in nostra presenza perché si sentano impegnati a mantenere ciò che stabiliscono. Ma non imponiamo mai una nostra scelta e mai diciamo loro di “cacciare il figlio di casa”, pur sapendo che tale determinazione, quale ultimo tentativo, spesso produce i suoi frutti. E’ una scelta estrema per far capire ai figli che malgrado tutto sono liberi di “drogarsi” ma non di distruggere la famiglia, e che i genitori con tale decisione prendono atto di essere ormai esclusi dal mondo dei loro figli, perché preferiscono la tossicodipendenza ai legami familiari. Sarebbe l’ennesimo, il più grande tentativo per aiutare i figli a prendere coscienza della gravità della situazione in cui si trovano. Però non possiamo dare niente per scontato, perché potrebbe anche succedere l’irreparabile, per cui non possiamo assumerci una responsabilità tanto grave: devono essere i genitori convinti della utilità di questo estremo rimedio e decidere se e quando ricorrervi.
Un altro pericolo che noi volontari dobbiamo evitare è quello di lasciarci considerare dai genitori come se avessimo una risposta per ogni situazione e dobbiamo fare in modo che non pretendano da noi le soluzioni che invece insieme dobbiamo ricercare e perseguire. Cerchiamo anche di contenere gli incontri negli orari prestabiliti e di non dare la sensazione di volere o di poter risolvere tutto e subito, perché non è così.
Le direttrici sulle quali ci muoviamo nel confronto con le famiglie dei ragazzi tossicodipendenti, attraverso i colloqui personali e i gruppi-famiglia, li possiamo sintetizzare in tre punti interconnessi:
1) Poiché le famiglie si rivolgono a noi in quanto hanno immediato bisogno di sostegno morale e di consigli pratici su come affrontare i problemi dei figli tossicodipendenti, il primo argomento che affrontiamo, e che non dobbiamo mai trascurare, è di come devono comportarsi con loro, sia che questi abbiano già chiesto o accettato di essere aiutati, sia che non abbiano ancora intenzione di cambiare. Per relazionarsi coi figli in modo adeguato, hanno bisogno innanzitutto di trovare un accordo.
Spesso invece sono fermi in una inutile e sterile posizione di accuse vicendevoli e non riescono a trovare una linea comune da seguire nei confronti dei figli tossicodipendenti. Sono anche abbastanza frequenti i casi in cui un genitore (quasi sempre il padre) e parte dei familiari si rifiutano di collaborare e ritengono ormai inutile ogni ulteriore tentativo. Dobbiamo allora impegnarci nel ricomporre, per quanto possibile, l’unità familiare, facilitando il dialogo e la comprensione reciproca, ristabilendo i ruoli familiari, in modo tale che la famiglia possa fornire un valido sostegno ai tentativi di cambiamento dei figli/fratelli/congiunti che in questa fase iniziale, hanno bisogno di essere protetti e guidati in modo da riappropriarsi della loro dignità e libertà.
2) Poiché le famiglie che vivono la grave situazione della tossicodipendenza sono ossessionate dal problema e angosciare dalla sofferenza, dobbiamo aiutarle a guardare a se stesse come se quel figlio non ci fosse, aiutandole a posizionare il problema (riguardante una persona e non l’intera famiglia) e a riscoprire l’importanza e i bisogni degli altri, stimolandole a trovando il tempo per ascoltarsi e per stringere rapporti più profondi tra loro.
Già dai primi colloqui, il bisogno di trovare un’intesa educativa permette ai genitori e agli altri membri della famiglia di dialogare di più, di “scaricare” tensioni accumulate in tanti anni di vita comune, di giungere a una maggiore e più profonda collaborazione.
Il dialogo e il sentirsi strettamente uniti nel fronteggiare un male che coinvolge e minaccia lo star bene di tutta la famiglia, sono un bene prezioso e un bisogno che, una volta riscoperti, dovrebbero diventare una costante nei rapporti familiari.
Inoltre l’accanimento iniziale a voler risolvere in ogni modo il problema del figlio tossicodipendente, porta la famiglia alla disattenzione verso gli altri figli, come se questi non avessero diritto ad avere un qualunque problema personale.
Le sofferenze dei fratelli e delle sorelle dei ragazzi tossicodipendenti ancora non trovano l’ascolto che meritano. Considerando la mia esperienza, ritengo che il danno più grave subito dai fratelli e dalle sorelle dei ragazzi tossicodipendenti non sia rappresentato dal cattivo esempio o dalla conflittualità delle relazioni, bensì dal sentirsi negati, da parte dei genitori, i diritti di avere dei problemi e di ricevere ascolto, comprensione e accoglienza.
Troppo spesso, infatti, sono colpevolizzati, trattati da egoisti e trascurati dai genitori che, angosciati dal dramma, dimenticano le responsabilità affettive ed educative nei confronti degli altri figli.
Ritengo opportuno riproporvi il diario della sorella di un ragazzo tossicodipendente da me pubblicato in “ Che storia ragazzi!“ (Benevento, 1996).
“ Questa esperienza (si riferisce ai dieci giorni di Casaldianni) è così forte ed intensa e tale da risvegliare emozioni che ti sembra difficile provare, perché sei presa da problemi che ti rendono cieca davanti a quel sentimento così importante qual’è l’amore. Non riesci più ad amare, proprio perché vivi sempre alla luce dell’amore non ricevuto, dimenticando che per progredire nell’amore è essenziale dare amore.
Vivendo questa esperienza la volevo trasmettere in famiglia; volevo scuoterli in profondità perché si nascondono dietro una maschera (anch’io), portandosi da sempre dietro le difficoltà di dirsi “Come stai?”, “Ti voglio bene, sei importante per me”,……Tali affermazioni vengono facili e spontanee nell’esperienza che vivi a Casaldianni, perché lì si crea una famiglia tra persone che conosci da poco, ma come se li conoscessi da sempre.
Ho raccontato ciò perché io vivo una situazione non positiva con la mia famiglia, soprattutto con mio fratello che è un tossicodipendente. Solo adesso riesco ad ammetterlo ed a pronunciare questa parola senza sentirmi male. Perché ci sto male!!!
Oggi affronto tale situazione con molto più equilibrio.
E’ difficile ammettere che mio fratello è tossicodipendente, purtroppo lo è.
Stare a contatto con un tossico, vivere con un tossico, mangiare con un tossico, uscire con un tossico è veramente un’impresa. Dico questo perché lui ha un comportamento di grande disonestà. Tu cerchi di parlargli, ma lui non ti segue, perché pensa a 2000 all’ora. Spesso ti chiedi perché ciò esiste e perché deve capitare a te; inizi ad allontanarti da tutti e dal mondo e credi che la vita è solo un giorno dopo l’altro, che tutti i giorni sono uguali. Non senti niente né emozioni, né amore, niente di niente, stai sempre male”(…). (Teresa).
Eppure un ragazzo tossicodipendente potrebbe anche decidere di continuare per quella strada, ma i genitori non possono lasciar loro distruggere l’intera famiglia, cioè i rapporti tra il marito, la moglie e gli altri figli, ed anche la propria sicurezza economica.
Altre volte capita che i genitori attribuiscano la responsabilità di ogni problema familiare ai comportamenti dei figli tossicodipendenti e sono restii ad affrontare con noi un discorso più ampio sulla propria situazione familiare (perché sono venuti da noi “unicamente per risolvere il problema del figlio”). Non sempre riusciamo a far accettare il nostro punto di vista.
Spesso poi è un solo familiare che si rivolge a noi e non il diretto interessato, per cui le situazioni ci vengono presentate nell’ottica di chi le racconta, permettendoci certamente di comprendere il rapporto esistente tra chi abbiamo di fronte e il resto della famiglia ma solo in parte la realtà familiare. La prima richiesta di aiuto allora, alla quale siamo chiamati a fornire una immediata risposta, riguarda la persona che abbiamo di fronte e non agli assenti.
Queste difficoltà limitano l’incisività della nostra opera, ma non ne cambiano l’intento, che é quello di aiutare la famiglia a riscoprire la propria identità, a svolgere la propria funzione e a proseguire il proprio cammino, anche se rimanesse con una grossa spina nel cuore.
3) C’è ancora un ultimo punto, fondamentale, da sviluppare negli incontri con le famiglie e riguarda il confronto con il modello educativo della comunità, perché la famiglia è una piccola comunità e la comunità è una grande famiglia.
Quando i genitori riconoscono il valore della comunità perché ne vedono i risultati sul proprio figlio, é possibile sollecitarli ad un confronto con quello stile di vita.
Se quei principi e quei valori compiono il miracolo della rinascita del proprio figlio, possono insegnare qualcosa anche al resto della famiglia.
Bisogna chiedere ai genitori, ai fratelli e alle sorelle dei ragazzi residenti in comunità di tener fede alle giornate della visita parenti, e magari di approfittare della possibilità di vivere per una settimana in comunità.
Condividere con il proprio congiunto una situazione di vita ordinata e raccolta, basata su principi e valori quali l’onestà, la lealtà, l’amicizia, il confronto, la responsabilità, la partecipazione, l’esternare i propri sentimenti, il lavorare insieme, …. porta a riflettere sulle proprie abitudini familiari e a realizzare piccoli ma concreti cambiamenti.
Quando invece i genitori e i familiari non possono approfittare di questa opportunità, ci vuole più tempo perché comprendano l’importanza dei principi comunitari e siano invogliati a “modificare il modificabile” di comportamenti ed abitudini ormai stratificati.
La nostra azione non mira ad ottenere cambiamenti improvvisi e radicali, bensì ad offrire opportunità e stimoli perché convinti che “La ricomprensione del senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali é il grande compito che si impone oggi per il rinnovamento della società”. (Giovanni Paolo II).
(p.V.B.)
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